Dottor Brown, lei conclude il suo libro dicendo che “salvare la nostra civiltà non è uno sport che prevede spettatori”. Ma è sicuro che siamo in tempo per salvarla?
Lo spero e dobbiamo crederci. Talvolta i cambiamenti sociali accadono con grande velocità. Le faccio l’esempio dell’uragano Sandy, negli Stati Uniti, che è bastato a far ricredere da un giorno all’altro molti degli scettici sulla questione ambientale. Questo è molto tipico dei comportamenti umani. 

Il suo libro è pieno di dati e di indicatori preoccupanti. Una parola di fondata speranza dove la si può trovare?
Esistono delle azioni concrete possibili. E anche qui le farò una paio di esempi riferiti al mio paese. In due anni di campagna contro le centrali a carbone, su 492 impianti altamente inquinanti siamo riusciti a farne chiudere 121. L’obiettivo dell’amministrazione Obama è il loro totale abbandono, il che ridurrebbe di molto le emissioni di carbonio negli Usa. L’altro esempio risale alla Seconda Guerra Mondiale. Dopo l’attacco di Pearl Harbor l’allora presidente Roosevelt riconvertì l’industria automobilistica in industria bellica e al posto di automobili nel giro di un mese uscirono dalle fabbriche aerei e carri armati. Dunque il cambiamento è possibile. Ottimista o pessimista? A questa domanda rispondo: realista. 

In Italia non siamo alla carestia alimentare, ma erosione dei suoli, dissesto idrogeologico e perdita di territorio coltivabile, che lei ricollega alla fame nel mondo, sono tutti problemi che non ci mancano…
Sì, ma l’Italia ha di base il grosso vantaggio di poter contare sull’energia prodotta dal sole, dal vento e dalla geotermia. Sarebbe un ottimo punto di partenza quello. 

Cosa pensa del rapporto tra speculazione finanziaria e aumento dei prezzi delle commodities alimentari?
Quando c’è scarsità di un bene si creano anche opportunità per gli speculatori, ingenerando così effetti perversi nel mercato. Abbiamo ben presente il problema e alla Borsa di Chicago abbiamo lavorato per limitarlo, ma in realtà non esiste ancora una soluzione alternativa accettabile a livello nazionale e sovrannazionale.

Lei auspica un’attività di lobbying sui decisori politici da parte dei cittadini. Crede meno all’efficacia dei comportamenti virtuosi di singoli, aziende o gruppi sociali?
L’attività di lobbying da parte dei consumatori è molto importante. Soprattutto lo è stata e lo è tuttora negli Stati Uniti dove ha portato a risultati non solo politici ma di sensibilizzazione dell’opinione pubblica. Le lobbyes ambientaliste hanno un grosso potere sulle politiche commerciali delle corporation. Le faccio l’esempio della Bp, la British Petroleum, un marchio che è quasi fuori mercato ormai per via della sua storia di “cattivi comportamenti” resa evidente sia dal disastro del Golfo del Messico, sia dalle campagne delle associazioni ambientaliste. 

Coop in Italia persegue politiche di sostenibilità ambientale, educazione al consumo consapevole e lotta allo spreco. Ne ha sentito parlare?
Sì e ritengo questo tipo di azione molto importante. Il punto chiave resta sempre quello di una corretta politica dell’informazione: tante volte il consumatore non è colpevole delle scelte che fa, è solo disinformato o male informato.

Per concludere, vista la complessità e l’interdipendenza dei problemi del pianeta, è meglio optare per politiche di sostenibilità a lungo termine o sperare in una soluzione immediata, magari frutto della ricerca scientifica o di una scoperta?
Nella mia mente non è possibile separare il breve dal lungo periodo. Tutto va ragionato nel lungo periodo perché un cambiamento improvviso, a mio parere, resta improbabile.

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