Finalmente si torna a scuola. Una scuola mai così desiderata e vagheggiata, da genitori, insegnanti e studenti. A tutti la scuola è mancata. Ma che scuola è quella che apre i battenti il 14 settembre per 8 milioni di studenti italiani?

Le incognite e i problemi aperti, al momento in cui scriviamo – a scuola ancora chiusa –  sono ancora tanti. Quel che però è certo è che nella capacità di far ripartire al meglio questo mondo e di investire da subito quanto serve (in personale e strutture) sta uno dei test fondamentali per capire se questo paese sarà davvero capace di ripartire dopo l’emergenza Covid-19 e affrontare con successo il suo futuro.

Per il rientro in classe dopo i lunghi mesi di lockdown le regole sono dettate dalla sicurezza, dalla necessità di evitare la trasmissione del contagio di un virus che è ancora tra noi. E qui sta la prima grande sfida, cioè riuscire a garantire (almeno in larghissima parte) un ritorno alle lezioni con presenza fisica nelle aule, pur rispettando regole e distanze, con le innumerevoli problematiche che ciò comporta in termini di spazi disponibili e di personale. Questi problemi, se le risposte (e le risorse) non saranno adeguate, rischiano di aggravare la malattia che la scuola italiana deve, prima di ogni altra cosa combattere che è quella della diseguaglianza. Una malattia che il periodo di lockdowm ha fatto esplodere, perché tantissimi sono i ragazzi, specie nella fascia delle elementari, che non hanno avuto alcuna didattica a distanza, o erano privi degli strumenti per connettersi in rete e seguire le lezioni. Tornare a scuola significa, prima di tutto, provare a cancellare queste macroscopiche differenze.

Perché ciò che il Covid-19 ha messo in luce è che di scuola c’è tanto bisogno: e anche se la didattica a distanza è riuscita in parte, talvolta grazie alla capacità di reagire di insegnanti e famiglie, a sopperire alla necessità di andare avanti coi programmi e non perdere di vista tante giovani menti,  si è scoperto che non basta. Non basta perché non tutti hanno tablet o pc, non tutti hanno famiglie in grado di fornire quell’aiuto, quel sostegno e quella cura che è necessaria alla didattica “da remoto”. «Anche perché  scoprire con i propri occhi quanto le case siano ancor più discriminanti della scuola e avvilirsi per i troppi bambini e ragazzi ridotti a fantasmi perché irraggiungibili, ha portato a un bagno di realtà che ha ravvivato il senso di responsabilità sociale di una professione tristemente impoverita e troppe volte vilipesa», spiega Franco Lorenzoni, maestro e fondatore della Casa-laboratorio di Cenci, un centro di sperimentazione educativa.

Una professione tristemente impoverita, quella degli insegnanti? In effetti sì, perché i docenti di ogni ordine e grado sono i meno pagati d’Europa. Sono anche i più anziani e con una quota di precariato molto consistente. Una quota certamente destinata a salire, visto che ci sarà bisogno di nuovi insegnanti, a causa della necessità di ridurre il numero di studenti per classe e talvolta estendere la durata del tempo scuola. Ma la questione del personale non è solo un fatto di numeri. A fronte di una buona dotazione tecnologica (oltre il 90% delle scuole usa il registro elettronico, ad esempio), meno di un docente su due si é formato sugli strumenti digitali. Anche per questo un capitolo delle linee guida, già da luglio, era dedicato all’aggiornamento professionale del personale scolastico. A onore dei nostri insegnanti va detto che il nostro Paese risulta quello in cui la Dad (didattica a distanza) ha funzionato meglio: lo dice una ricerca effettuata dalla casa editrice specializzata Pearson: durante il lockdown, il 77% degli insegnanti ha svolto videolezioni in diretta e il 49% ha proposto contenuti audio e video registrati. Inoltre i docenti dichiarano di voler proporre sempre di più verifiche e test interattivi, passando dal 37 attuale al 45% e di voler accrescere l’utilizzo di contenuti e libri digitali. E questa è una buona notizia perché di una quota di didattica a distanza ci sarà ancora bisogno.

«Si lavora– spiega il presidente dell’associazione nazionale presidi, Antonio Giannelli – sull’ipotesi che, in caso di necessità per nuovi ma circoscritti focolai, si debba sospendere la didattica in presenza in una scuola o in una singola classe. E sono convinto che la situazione sarebbe migliore che in passato: la scuola sarebbe più organizzata, i docenti sarebbero più esperti». Secondo il “maestro di strada” Marco Rossi Doria con la didattica a distanza sarebbe nato «un modello di classe rovesciata molto interessante: spesso sono stati i ragazzi ad aiutare gli adulti, in una forma cooperativa molto efficace». 

Ma, in questo strano inizio di anno scolastico, dovrebbe esserci consapevolezza del fatto che la scuola abbia bisogno di ingenti risorse, perché è di gran lunga l’investimento più produttivo che si possa fare in questo periodo di crisi. Anche per provare a rimediare, se possibile, al gap con gli altri paesi europei. Secondo i dati Eurostat più recenti, del 2017, l’Italia ha investito nell’istruzione pubblica il 7,9 % della sua spesa pubblica, risultando ultima tra gli stati Ue. In rapporto al Pil, invece, nel 2017 l’Italia ha speso una cifra equivalente al 3,5 % della ricchezza nazionale, quintultima in graduatoria e ben al di sotto della media europea (4,6 %).

Sono proprio queste cifre a rendere difficile oggi l’uscita dall’emergenza. «Non c’è dubbio – continua Antonio Giannelli – che di recente siano state aggiunte molte risorse, ma queste non possono recuperare 30-40 anni di trascuratezza. Ad esempio: non sono state costruite aule dove oggi servirebbero di più. Cioè nelle grandi città e nella scuola secondaria, dove si tende ad avere classi un po’ più affollate. Abbiamo calcolato che abbiamo circa il 10% di classi da sistemare». Significa circa 30mila aule. «Se per queste 30mila situazioni non si trovano gli spazi – prosegue Giannelli – allora il dirigente scolastico deve fare dei sottogruppi, dei turni, e dunque occorre un docente in più». Secondo i sindacati, la situazione è drammatica e le condizioni per riaprire faticano ad esserci: «I dirigenti scolastici – spiega il leader della Cgil scuola, Francesco Sinopoli – sono a caccia di spazi; serve un organico straordinario per garantire la riapertura della scuola in presenza». Per questo la ministra Azzolina ha chiesto al ministero dell’Economia 80mila nuovi docenti. Una cosa è certa: c’è bisogno di tante risorse e molta fantasia per quello che Patrizio Bianchi, il capo della task force di esperti nominato da governo, chiama “anno costituente” della scuola italiana (vedi l’intervista in queste pagine). Per recuperare quello che la sociologa Chiara Saraceno ha chiamato «lo scandalo della disattenzione sulla scuola che sembra non avere limite», perchè «la scuola sembra sempre un problema di contratti, di numero di docenti, di orari e non è mai un problema di apprendimento e di diritti educativi dei ragazzi».

E dire che da qualche anno la dispersione scolastica, seppure sempre grave, era in calo.  Nel 2018 era pari al 14,5%, contro il 20,8% del 2006. Un dato che tuttavia non è ancora in linea con il traguardo europeo che prevede un tasso di abbandono scolastico inferiore al 10%. L’Italia anche qui si piazza agli ultimi posti della classifica europea (fanno peggio solo Romania, Malta e Spagna). In alcune regioni il tasso è elevatissimo (Sardegna 33%, Campania 29,2%) e la crisi che stiamo attraversando rischia di peggiorare ancora la situazione. ”Sono 30 anni – conclude Giannelli – che purtroppo conosciamo il tasso di abbandono scolastico e soprattutto il forte divario tra nord e sud. Per questo bisogna fare in modo che la scuola migliori il suo livello qualitativo, in particolare al sud”.

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