Togliendo la buccia e guardando dentro il prodotto si vede che quello di Coop è frutto di un’economia che porta in tavola il sapore della dignità dei lavoratori. A confermarlo l’ultimo rapporto, sullo scorcio del 2018, di Oxfam Italia – confederazione internazionale di organizzazioni non profit  – sullo sfruttamento dei lavoratori nelle filiere agroalimentari – che ha fotografato l’impegno della Grande distribuzione in Italia sul tema dei diritti umani (trasparenza e accountability-responsabilità, diritti dei lavoratori, degli agricoltori, delle donne) dando a Coop la pagella migliore.

Segno di riconoscimento Risulta, infatti, l’azienda con un maggiore livello  di consapevolezza e che fa più iniziative concrete sul tema dei diritti umani totalizzando un 27% complessivo (Conad arriva all’11%, Esselunga all’8%, Selex ed Eurospin un punteggio pari allo 0%) e distinguendosi – come si legge nel Rapporto – «per aver avviato un percorso di gestione dei rischi per i diritti umani lungo tutta la propria filiera di approvvigionamento. Per tutte le altre aziende, il tema dei diritti umani non risulta essere una dimensione chiave del loro modo di operare nel mercato agroalimentare».

«È la conferma che Coop è nel panorama della Distribuzione italiana, in coerenza con la sua natura cooperativa, la più attenta al tema dei diritti e quella che opera maggiormente – e lo fa da più di 20 anni – per ridurre i rischi di lavoro nero, caporalato, illegalità nelle filiere produttive – afferma Chiara Faenza, responsabile sostenibilità e innovazione valori di Coop Italia -. Frutto questo dell’importante percorso avviato già dagli anni Novanta, con la certificazione SA8000 e le attività ad essa correlate (che riguardano il rispetto dei diritti umani, di quelli dei lavoratori, la tutela contro lo sfruttamento dei minori, le garanzie di sicurezza e salubrità sul posto di lavoro, ndr), poi  rafforzato con la campagna Buoni e giusti incentrata soprattutto sull’eticità delle filiere ortofrutticole a rischio e lanciata a marzo 2016». E anche confrontando il risultato di questo Rapporto con il precedente di Oxfam (“Maturi per il cambiamento”, uscito a giugno scorso) rispetto a 16 aziende a livello europeo, Coop risulta il secondo supermercato con i punteggi più alti (solo Tesco al 29%, gli altri prendono voti molto più bassi) quanto a sostenibilità sociale delle filiere agroalimentari.

Di bene in meglio «Questi risultati ci devono spingere a migliorare ulteriormente e a cogliere alcuni spunti importanti che ci dà il Rapporto – rimarca Faenza -, in particolare per il rispetto delle pari opportunità verso le donne. La strada da fare è ancora lunga, seppure con il codice etico di Coop Italia per primi abbiamo introdotto e poi reso pubbliche norme di comportamento per i fornitori delle filiere che negli anni hanno permesso di avanzare anche su questo argomento che vede purtroppo ancora resistenze anche culturali da superare». Ma l’impresa “buona e giusta” non si fa da sola.

Per questo Coop ha esteso il suo codice a chiunque sia coinvolto, a vario titolo, nelle filiere, prevede controlli autonomi e indipendenti sulle condizioni lavorative nei campi, esclude da sempre le aste al ribasso e riconosce un prezzo equo ai produttori (anche quando il prezzo di mercato è più basso).

A riprova che la responsabilità dello sfruttamento non può essere attribuita alla sola Grande distribuzione, tantomeno a Coop, come l’esito stesso del rapporto dimostra: accanto a imprese non impegnate su questo fronte, o peggio, scorrette, altre risultano corrette e attente.  «Nella speranza – si augura Faenza – che altri soggetti della filiera (operatori agricoli e industria di trasformazione) facciano altrettanto, Coop si è impegnata, attraverso le cooperative associate, anche in diverse iniziative con Caritas, organizzazioni sindacali, istituzioni e con Milan Center for Food Law and Policy, associazione riconosciuta a livello internazionale di ricerca e formazione,  per diffondere la conoscenza e l’adozione di buone pratiche contro l’illegalità, garantendo i diritti dei lavoratori, dei produttori e dei consumatori». Ecco, il progetto Buoni e giusti fa questo e non da ora.

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