La seconda ondata della pandemia ci ha colti impreparati. Più impauriti, più stanchi e sfiduciati. Una condizione fisica e psicologica che l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha codificato come “Pandemic Fatigue“, stress da pandemia, una vera e propria sindrome comportamentale causata dall’emergenza, che si manifesta con forte stress emotivo, stanchezza e paura.

Più le notizie che arrivano dai media sono preoccupanti e la percezione che l’emergenza perduri a lungo si intensifica, più lo stress da pandemia aumenta. Ne abbiamo parlato con Paolo Legrenzi, professore emerito di psicologia dell’Università di Venezia e autore di numerosi volumi tra cui il recentissimo “Paura, panico, contagio: Vademecum per affrontare i pericoli”. «Il dato oggettivo da cui partire – spiega – è che questa pandemia è certamente un pericolo per l’umanità… Ma è un pericolo mortale come tanti altri pericoli, come le droghe, come andare forte in macchina, come altre malattie molto gravi e ancora minacciose come l’HIV. Pericoli che conosciamo e che non ci fanno più tanta paura, perchè – come dire – ci abbiamo fatto il callo. È comprensibile che noi uomini funzioniamo così, altrimenti saremmo bloccati, non vivremmo più, non affronteremmo la vita. Ma quando una paura arriva improvvisa, inaspettata, imprevedibile e ignota nelle cause, improvvisamente l’essere umano ha molta paura. Ecco, queste quattro I sono le caratteristiche della prima ondata. Tutti noi abbiamo improvvisamente avuto molta paura: una paura eccessiva, per certi versi sproporzionata rispetto al pericolo oggettivo. Ma è per questo che le restrizioni nella prima ondata hanno funzionato: perché avevamo molta paura. E invece adesso ci abbiamo fatto il callo».

E ora che abbiamo meno paura, le restrizioni sembrano funzionare di meno. Aumenta l’insofferenza e anche gli atteggiamenti negazionisti sembrano prendere più piede. «Più che negazionismo – spiega Legrenzi – direi riduzionismo. Ovvero, un atteggiamento che tende a voler ridurre la pericolosità e l’impatto del virus. Coloro che hanno un atteggiamento riduzionista, in particolare i giovani, sono riduzionisti anche nei confronti di altri pericoli oggettivi: un cattivo stile di vita, una pessima alimentazione, ad esempio. Poi va considerato che c’è sempre una quota di persone caratterialmente contrarie all’autorità. E queste persone sono aumentate proprio perché siamo alla seconda ondata. Non è una caratteristica solo italiana. Anche nel resto d’Europa tanti si adeguano molto meno alle regole, anche se da noi la questione è complicata dal fatto che in Italia non c’è un’autorità centrale unica: c’è il Governo, le Regioni, i Comuni, soggetti talvolta contrastanti tra loro. Questo incoraggia atteggiamenti non rispettosi delle regole».

Aumenta l’insofferenza Già, ma perchè alcune categorie di persone sono ligie e rispettose e altre insofferenti? «La valutazione del pericolo cambia anche in base alle categorie a cui apparteniamo – prosegue Legrenzi -. I giovani, in particolare, hanno magari avuto degli amici che hanno preso il virus, ma poi sono guariti, come per una semplice influenza. Così le persone valutano i pericoli non sulla base delle statistiche oggettive ma sulla base delle loro esperienze». Un’indagine Ipsos condotta ad ottobre, infatti, rileva che la maggioranza degli italiani (6 su 10) individuano nella scarsa adesione alle misure di protezione la responsabilità dell’esplodere della seconda ondata della pandemia. Inoltre, la consapevolezza dell’impreparazione dei sistemi sanitari a gestire il virus, le opinioni di esperti in conflitto tra loro su misure da adottare, e su previsioni e cure, hanno reso ancora più frustrante la situazione. L’umanità è un po’ spiazzata dal fatto che uno dei più importanti comportamenti preventivi resta, in fondo, la medioevale quarantena…

Di fronte a una situazione così preoccupante, ci sarebbe da aspettarsi un nuovo spontaneo moto di quella solidarietà che aveva contraddistinto la prima ondata. Invece moltissimi italiani si sentono abbandonati a loro stessi, in una condizione di solitudine di cui sono vittime soprattutto i giovani. Perché si è interrotto questo sentimento di solidarietà? «La pandemia – spiega il professor Legrenzi – è andata a scapito di chi ha un lavoro precario, di chi è giovane, di chi non ha un lavoro. E si è accentuata una frattura tra generazioni che già c’era. Il covid come fenomeno biologico finirà con l’arrivo del vaccino ma le conseguenze dureranno molto di più e colpiranno molto di più i giovani. E continueranno a colpirli, perché il debito impedirà la crescita economica per moltissimo tempo». Questo può essere alla base dei fenomeni di piazza anche distruttivi che si sono verificati in molte città italiane? «Questi fenomeni di teppismo – prosegue Paolo Legrenzi – hanno riguardato frange molto limitate. Il sistema attuale dei media accentua le 4 I di cui abbiamo già parlato – paura improvvisa, inaspettata, imprevedibile e ignota nelle cause – perchè c’è una forte competizione per catturare l’attenzione. Fenomeni messi in atto da percentuali assolutamente basse di persone, con un peso molto ridotto, vengono presentati come molto scioccanti. Una narrazione che spesso fa il gioco della politica, che così può dire: non possiamo contare sul fatto che la gente si autoregoli. E quindi ecco l’inasprirsi delle restrizioni e le sanzioni».

Se i giovani saranno coloro che più di altri subiranno le conseguenze della pandemia, anche gli anziani non se la passano bene, talvolta additati come improduttivi, un po’ inutili, e in condizione di solitudine non solo nelle Rsa – luoghi di massima fragilità – ma anche a casa loro, lontano da parenti e amici. «Dobbiamo intenderci – spiega lo psicologo – quali anziani? Gli anziani definiti come categoria anagrafica sono in realtà diversissimi. Ci sono anziani che economicamente stanno bene, percepiscono pensioni che i loro nipoti non vedranno mai; e poi ci sono anziani deboli vulnerabilissimi, abbandonati a se stessi. Anche in questo caso, la pandemia accentua fenomeni già in atto da tempo, e si comporta come una cartina al tornasole».

Come affrontare la solitudine? «Anche per quanto riguarda il sentimento della solitudine – spiega Legrenzi – ci sono persone che la soffrono molto meno di altri. Le persone colte, ad esempio, la soffrono meno: perchè in realtà sono più abituate a leggere e a stare per conto loro. Diciamocelo chiaramente: una cosa è star soli in una bella casa, altra cosa in una casa piccola e brutta… Inoltre le persone privilegiate possono lavorare e rimanere in contatto col mondo col loro computer aggiornato e continuano a guadagnare come prima, a lavorare come prima».

Come affrontare giorno per giorno la situazione? «Non seguiamo ossessivamente le notizie dei media, ma piuttosto usiamo il tempo libero anche per leggere dei bei libri, dei bei romanzi. Cerchiamo di ragionare con la nostra testa, di esercitare il pensiero critico. In molti saranno già attrezzati a mettere in pratica questi consigli, e queste saranno le persone meno vulnerabili».

Chissà se ne usciremo migliorati, da questa situazione o comunque con qualche consapevolezza in più riguardo a quello che conta davvero… «Non credo che impareremo qualcosa da quello che ci sta succedendo – conclude Legrenzi – e temo che non sarà una lezione appresa, per il genere umano. Arriverà il vaccino, per fortuna, e allora potremo pensare che la scienza e la tecnica alla fine ci vengono sempre in soccorso. Mentre per i tanti guai che mettono a rischio la terra e la nostra stessa sopravvivenza – come le conseguenze del riscaldamento globale, ad esempio – non c’è vaccino che tenga. Siamo noi che dobbiamo diventare i medici di noi stessi, senza aspettarci l’intervento salvifico di un vaccino».

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