“Serve un’etica della comunità”

Intervista all’economista Luigino Bruni: “Ripartire da scuola ed educazione”

 



Pensavamo di avere aperto una stagione di crescita infinita, invece ci siamo svegliati dal sogno dell’abbondanza a buon mercato e ci siamo accorti che il sistema non funziona. Siamo piombati nel bel mezzo della prima grande crisi della globalizzazione smarriti e preoccupati dalla mancata promessa della crescita infinita alimentata da una finanza che, insieme allo sviluppo dei mezzi di comunicazione e del commercio mondiale, ha scatenato una stagione di consumi straordinaria. Che ora si è inceppata nei circoli viziosi della finanza stessa. «C’è stata una dissociazione della ricchezza dal lavoro umano – dice Luigino Bruni, docente di Economia all’Università Bicocca di Milano –. Prima l’idea di ricchezza era legata al lavoro umano, a un certo punto si è introdotta l’idea che ci si può arricchire anche senza lavorare».


In fondo questo è l’ideale del capitalismo: un consumatore isolato che sta davanti alla televisione, guarda la pubblicità, sceglie cosa comprare, e magari si indebita. Ma che etica è mai questa?

Mentre il capitalismo di prima generazione era di tipo comunitario e non c’era una grande differenza tra la vita che si faceva nella fabbrica e quella che si faceva fuori, l’etica del capitalismo globalizzato è l’immunitas, nel senso di distacco, di non entrare in rapporto, perchè il rapporto è pericoloso, perchè il legame con l’altro non piace e può essere troppo impegnativo e doloroso. Il capitalismo finanziario che ci ha portato alla crisi attuale propone l’etica della libera indifferenza.

 


Possiamo dire che c’è anche un aspetto culturale della crisi?

Certamente, nel senso che è crollata la cultura tradizionale dello stare insieme che era basata sulla famiglia, l’impresa, la politica, quando la gente sapeva vivere in comunità. In questi anni c’è stato un ritorno al privato, al legame privatistico, e anche la famiglia oggi è diventata una famiglia privata non comunitaria.

 


Quale etica dunque per un’economia più civile?

Bisogna riuscire a reinventare rapporti umani che non siano basati sull’indifferenza, un sapere stare insieme anche fra diversi, un nuovo modello di vita comune. Io la chiamo etica della fraternità, che naturalmente va insieme alla libertà e all’eguaglianza. Però libertà ed eguaglianza da sole non bastano perchè non sono legami, sono stati individuali. Invece una comunità si tiene insieme con dei legami, e il legame è la fraternità.

In un mondo feudale non aveva senso. Oggi che siamo più liberi ed uguali, la fraternità è possibile perchè senza di essa viene a mancare perfino la gioia di vivere.

 


Quali sono le condizioni affinchè si affermi questa nuova etica?

La cosa più importante è aprire una grande stagione educativa. Dobbiamo investire nella scuola, mettere le persone migliori nella scuola, prendere i giovani migliori dalle Università e metterli nelle aule con gli studenti, a partire dall’istruzione primaria.


Non mi sembra che questo governo abbia intenzione di investire nell’istruzione e nella cultura…

Purtroppo è così. Invece paesi più lungimiranti come la Germania e la Francia, pur facendo manovre economiche pesanti, non abbandonano la scuola.

 


Eppure la scuola è il futuro, è lì che si impara a relazionarsi agli altri…

Infatti, i bambini stanno perdendo la capacità di cooperare. Non sanno più giocare insieme. Se tu dai otto palloni a otto bambini ognuno gioca col suo pallone perchè sono abituati fin da piccoli a vivere in una dimensione isolata, quasi autistica, tanto è radicata la cultura dell’individualismo e del liberismo diffusa attraverso la televisione. Per questo dobbiamo rilanciare una grande scuola comunitaria, una scuola pubblica e per tutti, con bravi docenti, e accanto a questa un nuovo impegno politico, ma non in modo gerarchico e non per portare avanti obiettivi privati, dove le persone tornino ad occuparsi della crescita pubblica, altrimenti non c’è crescita civile.


Aldo Bassoni

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