Nel 2013 un italiano su 10, cioè più di 6 milioni di persone, era in condizioni di povertà assoluta. Povertà assoluta vuol dire che non si è in grado di raggiungere uno standard di vita minimamente accettabile perché non si può  sostenere la spesa necessaria per livelli nutrizionali adeguati, per avere un’abitazione dotata dei servizi indispensabili, per potersi vestire decentemente e così via. La povertà assoluta è più che raddoppiata nel giro di sette anni. Infatti nel 2007 riguardava il 4,1% delle persone, ora siamo al 10%. I dati di cui parliamo, diffusi a metà luglio dall’Istat, hanno sì destato l’attenzione di giornali e Tv. Ma non più di tanto. Come se fossero l’ennesima cattiva notizia che conferma un quadro più o meno noto. In parte è sicuramente così.
E di cattive notizie siamo tutti un po’ stanchi.

Ma sarebbe un errore non fare una riflessione attenta sul tema povertà in Italia, perché il punto è poi quello delle politiche e delle scelte che occorre mettere in campo per contrastare un fenomeno davvero importante e drammatico.
Le cifre sulla povertà assoluta (poi parleremo di quelle sulla povertà relativa) dicono alcune altre cose molto importanti. Che questa povertà, che comunque è ben presente in tutto il paese, è concentrata in larga parte al Sud, dove risiedono 3 dei 6 milioni di persone di cui stiamo parlando. Il che significa che al Sud è in condizione di povertà estrema il 14,8% delle persone, contro il 7,3% del Nord e il 7,6% delle regioni del Centro.

Quasi un 1 milione e mezzo sono minori
Ancora: su 6 milioni di poveri 1 milione e 434 mila sono minori (400 mila in più in un anno). Dato strettamente legato al fatto che la condizione di difficoltà è direttamente commisurata al numero di componenti della famiglia. Cioè più una famiglia è numerosa, più è a rischio. Non a caso tra le coppie con tre o più figli la condizione di estrema povertà è salita dal 16,2 al 21,3% in un solo anno.

A quelli in condizione di povertà assoluta vanno poi aggiunti coloro che sono in condizioni di povertà relativa, che significa un altro 16,6% della popolazione (10 milioni e 48 mila persone). La soglia per finire in questa categoria è quando una famiglia di due componenti ha una spesa mensile complessiva inferiore ai 972 euro. Dunque famiglie che devono tirare la cinghia, che fanno progressivamente rinunce crescenti, ma che almeno hanno un regime alimentare sufficiente. Anche se vedono davanti a loro il rischio di scivolare sempre più in basso.

La quota di popolazione in condizione di povertà relativa è leggermente calata tra 2012 e 2013, passando dal 12,7 al 12,6% (ma era l’11% nel 2010). Un dato più stabile che comunque completa una fotografia davvero problematica per la condizione di vita di milioni e milioni di italiani.

Redditi giù del 13%
Del resto, come dimostrato dallo studio di Andrea Brandolini, del Dipartimento statistica della Banca d’Italia, tra il 2007 e il 2013 il reddito disponibile reale delle famiglie italiane è diminuito del 13%, tornando al livello del 1988, mentre la ricchezza è calata del 10%. “Un peggioramento dei bilanci familiari che non ha precedenti dal secondo dopoguerra” e che ha colpito tutte le fasce di spesa e di reddito. E se il livello di diseguaglianza tra queste fasce di reddito non è aumentato è perché, come rileva lo stesso Brandolini, ”la diseguaglianza dei redditi è da tempo molto più alta in Italia che negli altri paesi dell’Europa”.

Se questa è la fotografia, cui si potrebbero aggiungere numerosi altri dettagli, il tema è che fare e come fronteggiare il dramma della povertà. Un fenomeno rispetto al quale il sistema di welfare italiano si è presentato impreparato. Al netto delle esperienze comunque decisamente marginali e deludenti della social card (col governo Berlusconi), di strutturale non c’è molto, anche perché i fondi per i servizi sociali dei Comuni e degli enti locali hanno subito dal 2008 al 2014 un taglio del 62%.

Anche per questo movimenti, gruppi e associazioni si sono mobilitati per sollecitare una svolta su questo tema. Da diversi mesi è in corso la campagna “Miseria ladra” promossa da Libera (di cui abbiamo parlato il mese scorso) che conteneva 10 proposte, tra cui il ripristino del fondo sociale per la non autosufficienza, moratoria sui crediti di banche ed Equitalia, sospensione degli sfratti e pagamento dei debiti da parte delle pubbliche amministrazioni. Libera fa poi anche riferimento a forme strutturali di sostegno del reddito, sulla base di quanto avviene negli altri paesi europei.

Ma oltre a Libera molti altri si stanno muovendo sul tema. In particolare vale la pena ricordare l’Alleanza contro la povertà, promossa da Caritas, Acli e che ha già registrato numerose adesioni, da Cgil, Cisl e Uil alla Conferenza delle Regioni, dall’Associazione dei comuni italiani al Forum del terzo settore, da Confcooperative ad Action Aid, Save the children e altri ancora.

Un reddito di inclusione
Cuore della proposta di questa Alleanza, come ha spiegato l’economista Cristiano Gori, curatore del Rapporto sulle politiche contro la povertà, “è costruire un piano nazionale di intervento, incentrato sull’introduzione di un reddito di inclusione sociale. Cioè per ogni famiglia in povertà assoluta è previsto un contributo economico pari alla differenza tra il proprio reddito e la soglia di povertà”. A questo si dovrebbero accompagnare servizi sociali ed educativi, bilanciati da una serie di doveri verso la collettività da parte dei beneficiari nel perseguire la propria inclusione sociale e lavorativa.

Su un provvedimento di questo tipo concorda anche la sociologa Chiara Saraceno, esperta di welfare, che ha rilevato come l’Italia sia l’unico paese della Ue, insieme alla Grecia, a non averlo. “È una questione di equità, di solidarietà sociale – ha scritto Saraceno –, ma anche di lungimiranza, per contrastare i processi in atto di marginalizzazione e la loro riproduzione da una generazione all’altra. Per altro, ce lo chiede anche l’Unione europea, nelle sue raccomandazioni”.

La parola passa ora alla politica e alla sua capacità di indicare priorità e definire interventi conseguenti, pur in tempi di risorse molto limitate come quelli attuali. Gli 80 euro varati dal Governo a primavera sono stati un timido segnale in quella direzione (anche se tecnicamente destinati ad altre categorie). Ma serve ben altro e, soprattutto, servono scelte strutturali destinate a durare nel tempo.

settembre 2014

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