RUBRICA - Italiani brava gente

Un’eccellenza italiana: la bicicletta elettrica con 4 brevetti

 “Hai voluto la bicicletta? E adesso pedala!” è un modo di dire e significa che hai fatto una scelta e allora subiscine le conseguenze. Per estensione: le cose belle, e la bici indubbiamente lo è, costano fatica. Una specie di morale, anche cattiva, che ora non è più valida: “Ho voluto la bicicletta ma non pedalo perché è elettrica”.

O pedalo poco, con il 70% di fatica in meno. Si chiama bicicletta a pedalata assistita, o semplicemente elettrica, ed è un grande successo in tutta Europa: l’anno scorso ne sono state vendute 854mila, 50mila in Italia. Mette insieme i vantaggi della bici con quelli del motorino creando un mezzo ecologico che sta cambiando la mobilità: permette di affrontare percorrenze di molti chilometri anche se non si hanno i polpacci di Alberto Contador, quello che ha vinto il Giro d’Italia, e di arrivare al lavoro in bicicletta senza essere inzuppati di sudore.

A Milano, da maggio, ce ne sono mille sparse per la città, da usare in condivisione e sono un grande successo: inforchi la bici e vai. Ma per te pedala Pisapia, il sindaco. Non costa poco – gli esperti dicono che il prezzo medio d’acquisto in Europa è di 1600 € – ma poi le spese di gestione sono trascurabili: le batterie al litio garantiscono un’autonomia di diverse decine di chilometri e con 35 centesimi di ricarica se ne fanno cento.

E per la legge quella a pedalata assistita è come una bici normale: senza burocrazia e obblighi particolari. Quasi tutte le bici elettriche sono assemblate con componenti già presenti sul mercato, i motori sono tedeschi o giapponesi.

Ma con una bella eccezione: a Recoaro Terme, nel vicentino, c’è un’azienda che ne fa una made in Italy e con dentro tantissima innovazione. Quattro brevetti internazionali: uno sull’antifurto che ha un codice PIN, come la scheda del cellulare e senza quello la bici gira a vuoto, tipo un’auto in folle. Un buon disincentivo per il ladro. Un altro brevetto per un cambio elettronico sequenziale rotativo direttamente integrato nel motore: è difficile da spiegare ma funziona che è una meraviglia e governa la catena tenendola al chiuso. Così non serve lubrificarla, si usura meno e la ruota di dietro si smonta alla svelta e senza sporcarsi le mani. Inoltre un design minimal e raffinato con motore e cambio che quasi non si vedono.

L’azienda si chiama Siral, dietro c’è un signore, Fabrizio Storti, che rappresenta la migliore capacità italiana di anticipare i cambiamenti: negli anni ’90 produce i telaietti delle diapositive, brevettando un paio di macchine innovative. Poi capisce che sta arrivando la fotografia digitale e bisogna immaginarsi qualcos’altro. Così passa ai sanitari, quelli del bagno, inventando un prodotto che rende più forti piatti doccia, lavelli e vasche ma è anche ecologico ed è il primo. Adesso cinque anni di ricerche e tre modelli di bici innovative di fascia alta.

Si chiamano Neox e ad Eurobike, la fiera internazionale della bicicletta che si tiene in Germania ed è la più importante d’Europa, è stata appena premiata con l’Innovation Award. “Sintesi di integrazione, design e tecnica, ma tutto al più alto livello”, dicono i giudici. Un successo italiano in casa dei tedeschi, che dominano il mondo della bici elettrica. Tanta soddisfazione, adesso pedalare.

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