RUBRICA - Le parole per dirlo

Una quarantena formato famiglia

La riorganizzazione dell’assetto familiare è una delle cose che ci hanno portato (in dono o come fardello lasciamo ai posteri l’ardua sentenza) queste settimane di quarantena. Sia nelle questioni pratiche – lavorare fuori casa o da casa, oppure non riuscire più a  lavorare, fare la spesa con una logica, mangiare, bere, dormire, gestire i figli, gli anziani, i disabili, gli animali domestici. Le implicazioni e le ricadute future in termini psicologici ed emotivi per ora sono impossibili da prevedere, ma di certo questa condizione di cattività impaurita ci ha messo di fronte a uno specchio inevitabile e impietoso e costretti a tirare fuori il meglio e il peggio di noi stessi.

In molti, credo, ricordiamo il celeberrimo incipit di Anna Karenina di Tolstoj: “Tutte le famiglie felici sono simili tra loro, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo”. Temo che qui, oggi, il buon Tolstoj avrebbe dovuto cambiare incipit e prendere in considerazione l’idea che un ribaltamento totale è possibile. Di fronte a un periodo di quarantena minacciato da paure di ogni tipo, la famiglia infelice potrebbe rivelarsi ad alto funzionamento e quella felice crollare come un castello di carte. Dipende da tante variabili: dalle risorse individuali, dalle spalle più o meno coperte economicamente e dalle dinamiche che si creano all’interno di uno spazio che diventa concentrazionario. Può innescarsi un circolo virtuoso oppure un’implosione. Siamo stati chiamati a diventare i maestri dei nostri figli oltre che i loro compagni di giochi, gli psicologici dei nostri anziani o delle persone più ansiose e spaventate.

Abbiamo dovuto tirar fuori i nostri talenti, anche quelli che non sapevamo di avere. La tecnologia è stata nostra amica: in molti abbiamo potuto lavorare e studiare e fare rete grazie a quella, ma una volta messi da parte i devices è tra di noi che abbiamo dovuto guardarci in faccia. La famiglia che eravamo è quella che siamo, solo che adesso è nuda e cruda, non può più scappare a rifugiarsi nelle piccole, spesso vitali, distrazioni. Siamo qui: padri, madri e figli e magari nonni e zie: età ed esigenze diverse, costretti ad accudirci, sopportarci e supportarci. Quello che abbiamo vissuto e stiamo vivendo ha preso la forma di uno choc test di portata mondiale e la prima prova, quella essenziale, è cominciata nella cellula più piccola della società: la famiglia. Ha misurato la tenuta individuale e quella delle nostre relazioni più strette. Compiti in casa, cucina, pulizia, letture, ginnastica, musica, storie, film, cura dello spazio verde (impagabile risorsa per chi ce l’ha).

Questo hanno messo in campo le famiglie che reggono, sia quelle unite che quelle separate. E quelle che non reggono? Fa molta paura pensare alle famiglie nelle quali la violenza è un linguaggio abituale, donne e bambini in pericolo, in queste settimane, qualcuno li ha ascoltati? Qualcuno ha ascoltato le persone con un un disturbo psichiatrico e le loro famiglie? Mio figlio chiede tutti i giorni l’abbraccione collettivo. Prima lo chiedeva ogni tanto, in periodi di stress particolare, ora lo chiede tutti i giorni. Usciremo cambiati da questa prova e le nostre famiglie saranno più forti o più deboli, felici o infelici, tutte diverse. Ci abbracceremo, promesso? 

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