RUBRICA - Italiani brava gente

Storia di una maschera, cambiare è possibile

Parliamo di cambiamento. Perché in pochi mesi – un tempo tutto sommato breve – la nostra vita è mutata come non era mai successo prima. Lavoro, pensieri, paure, libertà di spostamenti, mascherine, uscire di casa e torte di mele: mai mangiate così tante torte di mele in vita mia.

Un cambiamento tale, ancora in corso, che sta cambiando anche il modo in cui pensiamo i cambiamenti. Ma qui si rischia il mal di testa filosofico. Lasciamo perdere e partiamo da una maschera. Prima era un maschera da sub, un oggetto da pochi euro per nuotare guardando il fondo. Roba da vacanza. Dopo, nei giorni drammatici degli ospedali sommersi dallo tzunami del corona virus, è diventato un respiratore polmonare che salva vite. In mezzo, l’interessante è qui, tante cose.  Un anestesista in pensione, Renato Favero, ex primario a Gardone Valtrompia, Brescia: «Ho notato le somiglianze tra la maschera da snorkeling di Decathlon  e una maschera respiratoria per la terapia sub-intensiva. Ho  chiesto al figlio della mia compagna di farmi provare la sua. È bastato modificare una valvola e costruire un raccordo per il boccaglio per adattarla al nuovo uso». Come facciamo a farne tante? C’è poco tempo. Favero ne parla con un collega all’ospedale di Chiari, che dice subito: «Quelli di Isinnova!». È un’azienda che aveva cominciato a stampare in 3D, molto alla svelta, valvole per respiratori che non si trovavano più sul mercato. Il dottor Favero fa lezione a 5 ingegneri di Isinnova. Tre ore per spiegare nei dettagli come avviene la respirazione all’interno di una maschera per la terapia sub intensiva C-Pap. Gli ingegneri, coordinati Alessandro Romaioli, 28 anni, capiscono che la maschera Easybreath di Decathlon è quella giusta. Ce ne sono abbastanza? Decathlon conferma: in magazzino ne hanno decine di migliaia. E mandano subito i disegni tecnici. Gli ingegneri ci lavorano, smontano e rimontano, progettano  e stampano in 3D i raccordi di collegamento tra maschera e tubi dell’ossigeno. Stanno larghi: «Abbiamo realizzato dei prodotti il più possibile in grado di adattarsi alla maggior parte dei tubi usati negli ospedali».   

Portano i prototipi della maschera all’Ospedale di Chiari. Vengono testati, funzionano. Servirebbe tempo per fare certificazioni, ma non ce n’è: questa è un’emergenza. Allora la maschera non si può usare? No, facciamo firmare al paziente una dichiarazione: «Accetto di utilizzare un dispositivo biomedicale non certificato». Così anche la burocrazia è sistemata. Decathlon dona 10 mila maschere. Isinnova non ce la può fare a stampare da sola tutti i raccordi: «Abbiamo chiesto aiuto a vari stampatori 3D della zona». Rispondono in tanti, anche da Ostuni, Pompei e Cesena. «Si è creata una rete di solidarietà impressionante», dice Cristian Fracassi, 36 anni, fondatore di Isinnova, che ha dormito quattro ore a notte e ha perso cinque chili in otto giorni.

Un cambiamento che ha salvato vite. Adesso tocca fare tutti tre bei respiri e pensare a cosa dobbiamo cambiare: nella sanità, nel modi di produrre e consumare, nelle relazioni. Provare a cambiare qualcosa. Il dottor Favero, ci tiene a dirlo, non sa neanche nuotare: «Sto imparando». Si cambia.

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