RUBRICA - Nutrizione e salute

Se c’è gonfiore addominale  c’è sempre intolleranza?

Il gonfiore addominale è un sintomo frequente, esacerbato da alcuni alimenti che si tende spontaneamente ad evitare per non peggiorare la situazione. Vi sono intolleranze che possono causare gonfiore, una delle più diffuse è l’intolleranza al lattosio: quando questo zucchero non viene digerito rimane nell’intestino, dove può essere fermentato e dare gonfiore. Tuttavia nella maggior parte dei casi l’intolleranza sospetta non esiste: pensiamo al gonfiore che molte persone sperimentano dopo l’ingestione di alimenti come i legumi, le brassicacee (ex verze), oppure dopo una scorpacciata di frutta. In tali casi il problema è principalmente riconducibile alle reazioni di fermentazione intestinale svolte dal nostro microbiota, ovvero la flora batterica intestinale.

Ad esempio, quando il microbiota è abituato alla presenza di particolari fibre contenute nei legumi, chiamate GOS, esso sarà in grado di metabolizzarle correttamente, producendo sostanze molto utili alla salute del nostro intestino chiamate acidi grassi a catena corta. Al contrario, quando i legumi vengono consumati raramente, diminuiscono i ceppi di batteri in grado di svolgere questa trasformazione; in tale caso le fibre rimangono nell’intestino e vengono fermentate da altri batteri con la produzione di gas, responsabile della spiacevole ed alle volte dolorosa distensione addominale. Questo discorso vale per una variegata pluralità di fibre contenute nella frutta e nella verdura, talmente varia che l’essere umano non possiede tutti i geni per digerirle, per tale motivo si è fatto “aiutare” dai batteri presenti nel microbiota: si pensi che uno solo di questi batteri può avere più del doppio dei geni atti a digerire fibre rispetto a quelli contenuti nell’intero genoma umano.

Diversi studi hanno dimostrato che, quando consumiamo una dieta tipicamente occidentale, la “diversità” del nostro microbiota diminuisce, mentre le popolazioni di società rurali hanno una varietà maggiore di ceppi batterici. La riduzione della diversità può essere ulteriormente accentuata, ad esempio da terapie antibiotiche o diete selettive; il risultato può essere quello di una “disbiosi”, ovvero un microbiota alterato rispetto all’ottimale. In tali casi l’assunzione di alimenti ricchi di determinate fibre può dare sintomi spiacevoli, creando un circolo vizioso in quanto l’individuo ne elimina il consumo riducendo la varietà della sua dieta e con essa quella del suo microbiota. In questi casi i cosiddetti “test delle intolleranze alimentari”, oppure le diete di eliminazione, non servono a molto se non a ridurre i sintomi; per migliorare la disbiosi si deve essere progressivi nel reintrodurre alimenti ricchi di fibre, tra cui proprio quegli alimenti che provocano i sintomi, iniziando con la minima quantità tollerata anche se all’inizio può essere molto piccola. Fondamentale risulta la lenta costanza nell’incremento delle quantità: ci possono volere 1-2 mesi per modificare il microbiota con approcci così graduali, eventualmente aiutati da alimenti che contengano naturalmente fermenti lattici.   

1 Commento

  1. Gentile Dottore, articolo interessante.
    Desidero chiedere se oltre all’intolleranza al glutine, esiste anche l’intolleranza alle Lectine?
    Siccome ho spesso difficoltà digestive e gonfiore addominale cerco di evitare il glutine, ma ho letto che esiste questa intolleranza alle Lectine, di cui sono ricchi i legumi, che ho sempre fatto fatica a digerire.
    Però leggo che sono tanti i cibi ricchi di Lectine, come si fa ad applicare l’eliminazione?
    Non si deve quasi mangiare niente.
    Grazie per i chiarimenti e cordiali saluti
    Rosario

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