RUBRICA - Le parole per dirlo

Saper usare le parole, anche dialettali

Uno dei miei rimpianti – forse sarebbe meglio dire ‘crucci’, non essendo qualcosa che avrei potuto fare o avere neppure impegnandomi molto – è l’essere nata e cresciuta in una famiglia orfana di dialetti. I miei nonni provenivano tutti da diverse parti d’Italia – c’è in me dell’emiliano, del veneto, del campano e del toscano – ma questa diaspora familiare ha fatto sì che da parte materna come paterna, la perdita dei dialetti fosse pressoché completa. Giunti a Milano per casi della sorte, tutti i protagonisti della mia vicenda familiare si adattarono a un italiano standard secondo la scia dell’alfabetizzazione di massa degli anni 50 e 60 – ed era ben lungi da loro considerare questa condizione di banalizzazione linguistica una perdita o un peggioramento, anzi era considerata una conquista, un innalzamento culturale. (Di queste questioni tanto, e con amore, si sarebbe occupato Pier Paolo Pasolini, sentimentale difensore delle lingue locali contrapposte all’omologazione della lingua televisiva nazionale di quegli anni.)

Nel mio idioletto familiare non ha resistito quasi nulla di ciò che doveva essere la complessità di sfumature linguistiche, nemmeno nel racconto dei tempi passati. Il sentimento delle parole, nelle parole, non c’era più: nessuna, o quasi, filastrocca, canzone o modo di dire particolare e indimenticabile. Quando all’università ho cominciato a studiare linguistica e Storia della Lingua Italiana, mi sono subito appassionata a questo aspetto, ben consapevole della lacuna che la mia lingua letteraria – cominciavo allora a scrivere i primi testi consapevoli – avrebbe portato in dote. Un’assenza, un di meno, quel di più che invece potevo trovare nella tessitura dei testi di molte scrittrici e scrittori che avevano la possibilità di arricchire la loro lingua letteraria con le parole magiche, sentimentali, che arrivavano dalla loro infanzia e dalle loro terre d’origine.

Ho avuto, all’università, un’insegnante straordinaria: Maria Luisa Alteri Biagi, allieva del glottologo Giacomo Devoto (sì, quello del dizionario!), una linguista e storica della lingua italiana che portava a lezione, come esempio, gli autori più disparati, e spesso anche i meno prevedibili, della letteratura italiana contemporanea (per dire, ci fece scoprire il funambolo delle parole Alessandro Bergonzoni, con il suo primo libro del 1989: “Le balene restino sedute”.) L’ultimo testo della professoressa Altieri Biagi, – scomparsa nel 2017 – è del 2012 è si intitola “Parola”. Un agile libriccino da tenersi in borsa. Utile a chiunque, a mo’ di torcia, nella foresta oscura che abitiamo – e parliamo -. Ci ricorda che le parole servono per comunicare, pensare, ragionare e dare forma ai concetti e servono anche per relazionarci nel modo giusto in un particolare contesto. Lo ha dimostrato in maniera lampante il “Nun me sta bene che no” pronunciato, durante una rivolta di quartiere contro i rom cui era stata assegnato un caseggiato nella periferia romana di Torre Maura, da un ragazzo di quindici anni, che armato solo di parole ha affrontato i militanti di Casa Pound lì per aizzare il dissenso. L’ha fatto parlando in romanesco – e qualcuno gliel’ha rimproverato – utilizzando cioè la forma linguistica migliore e più efficace in quel particolare momento e in quel contesto, mettendo in campo un’operazione di avvicinamento, nonostante lui fosse lì proprio per testimoniare una visione del mondo contrapposta. Saper usare le parole di un altro, quantomeno conoscere e comprendere il suo idioletto, mettersi nella sua lingua insomma, è un grandissimo esercizio – e una risorsa – che tutte e tutti dovremmo abituarci sempre di più a  praticare: italiani, e stranieri.

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