RUBRICA - Italiani brava gente

Ritrovare il lavoro se si fa cooperativa

A  volte chi lavora come dipendente ha voglia di mettersi in proprio, diventare imprenditore. A volte è il sogno di cambiare tutto: lasciare l’ufficio e aprire un merendero su una spiaggia della Costa Rica che sforna le migliori piadine a sud di Cesena; a volte è la voglia di andare avanti con quello che si è imparato, sviluppare un’intuizione che diventi un successo professionale.

A volte passare da dipendenti ad imprenditori tocca farlo per salvare il posto di lavoro e anche l’azienda. Si chiamano Imprese recuperate. In Italia ce ne sono 108, ci lavorano 8mila persone che diventano 15mila con l’indotto. Erano aziende in fallimento, dove i dipendenti hanno deciso di diventare imprenditori, costruire una cooperativa che la compra o l’affitta e la fa ripartire.

Chi ci è passato dice della difficoltà di cambiare “veste”, della fatica e dei sacrifici. Della liquidazione o dell’indennità di disoccupazione investite nella cooperativa. Lo hanno fatto quelli della Pirinoli, cartiera in provincia di Cuneo. Una storia iniziata nell’800, poi la crisi degli anni ‘90, i tentativi di rilancio ed il fallimento nel 2012 che lascia a casa 150 persone. In 70 si uniscono in cooperativa, nel 2015 vincono l’asta, rilevano l’azienda e ripartono con la produzione. Per i primi tre anni si riducono lo stipendio del 20%. E anche le ore di straordinario, decidono, sono pagate senza maggiorazioni. Ma è una scommessa vinta e ora l’azienda va bene.

A Sommariva Bosco, sempre in provincia di Cuneo, c’è la Cooperativa Italiana Pavimenti. Quando l’azienda chiude solo in quattro, su una trentina di dipendenti, se la sentono di provare a salvarla fondando una cooperativa. Faticano a tornare sul mercato, raccontano che con la dichiarazione di fallimento sono state staccate le linee telefoniche e allora devi andare in giro per fiere e studi di architetti a dire agli ex clienti che l’azienda non è chiusa: “ci siamo ancora”. Raccontano di mesi durissimi, in cui lavorano uno o due giorni alla settimana e non riescono a darsi uno stipendio. Quando partecipano all’asta per l’ex azienda offrono 1.260mila euro e sono sicuri di vincere. Ma spunta uno venuto da fuori che potrebbe rovinare tutto. Loro cercano altri soldi, si impegna anche il sindaco di un paese vicino. Mettono insieme 1.800mila euro e vincono. Quando si firma il passaggio di proprietà, il 2 agosto 2017, in fabbrica è festa.

Il giorno dopo, perché la vita è fatta anche di tragedie, Bernardo Saglietto, che tutti chiamano Dino, il presidente della Cooperativa, quello che insieme alla moglie Ornella è stato l’anima di questa resurrezione, muore in un incidente sul lavoro, schiacciato da una pressa a cui stava facendo manutenzione ed era il più bravo di tutti. Ma la Cooperativa va avanti, adesso i soci sono 22, 16 ex dipendenti. Altre storie a Palermo, dove i lavoratori hanno riaperto un supermercato sequestrato alla mafia, in Toscana con una falegnameria, in provincia di Rovigo con una fabbrica tessile dove, dice Claudia Tosi che fa la presidente della cooperativa, adesso “andiamo al lavoro con un sorriso”.

Dietro a tutto c’è il coraggio delle persone e una legge del 1985, legge Marcora dal nome del suo fautore: un ministro democristiano, ex partigiano.

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