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Revenge porn, quando l’abuso sessuale diventa digitale

Chiariamo subito un punto: diffondere immagini intime senza il consenso delle persone interessate è un reato, che lo si faccia per vendicare un presunto torto subito (la fine di una relazione, un tradimento) o per fare a chi la spara più grossa dentro alla chat del calcetto; le pene previste per questo reato vanno da 1 a 5 anni di reclusione, con sanzioni da 5 a 15mila euro.

L’espressione revenge porn è un modo veloce per riferirsi a comportamenti che, più correttamente, dovremmo chiamare “diffusione non consensuale di immagini intime”, come ritorsione contro un presunto torto subito ma anche per vantarsi delle proprie conquiste o scambiare contenuti all’interno di gruppi, forum e chat. La tecnologia digitale ha reso enormemente più facile la creazione e la diffusione incontrollata di foto e video: a volte questi vengono ripresi durante momenti di intimità, con il consenso dell’altra persona; altre volte di nascosto, mimetizzando telecamere o entrando in modo illegale nei dispositivi digitali altrui; in alcuni casi documentano atti di violenza sessuale.

Se la diffusione ha lo scopo di umiliare o danneggiare la vittima, le immagini possono essere accompagnate dal suo nome, da informazioni che permettono di rintracciarla e dai link ai suoi profili social, con tanto di invito a commentare e diffondere; le conseguenze sociali e psicologiche sono spesso devastanti, fino a portare al suicidio.

Le vittime sono quasi sempre donne, anche a causa della doppia morale per la quale il sesso è qualcosa di cui le donne dovrebbero vergognarsi mentre gli uomini possono vantarsene. Così, in un caso di cronaca di cui si è molto parlato nei mesi scorsi, una maestra ha dovuto ricorrere al tribunale per farsi reintegrare nel posto di lavoro da cui era stata licenziata a causa di alcuni video fatti girare dall’ex fidanzato: qui, a fronte di un reato commesso da lui, le conseguenze erano ricadute sulla vittima e non sul colpevole.

Il revenge porn è a tutti gli effetti una forma di abuso sessuale: come in ogni forma di abuso, la chiave sta nella mancanza di consenso, e nel capire che il consenso non è dato per sempre, può essere ritirato, va sempre chiesto in maniera onesta e trasparente.

Come combattere la “porno vendetta”  1) Non collaborare mai alla diffusione di immagini che potrebbero danneggiare la reputazione di un’altra persona o esporla al di là del suo consenso. 2) Cerca anche di far riflettere chi sta facendo girare quelle immagini, facendogli capire che si tratta a tutti gli effetti di un reato di cui è complice; ancor prima delle considerazioni legali, dovremmo usare un po’ di empatia e chiederci come ci sentiremmo se quelle immagini riguardassero noi o una persona a noi cara. 3) Le piattaforme tecnologiche, veicolo della diffusione dei contenuti, in alcuni casi (Facebook, Microsoft, Google) collaborano attivamente e velocemente alla loro rimozione; in altri (Twitter, Telegram) hanno procedure lente e macchinose, o addirittura ignorano le segnalazioni e di fatto incentivano certi comportamenti. 3) Un grande lavoro su questo tema viene svolto dall’associazione non-profit Permessonegato, che offre supporto legale e tecnologico alle vittime di revenge porn, le aiuta a bloccare la diffusione delle immagini presso le maggiori piattaforme online, le mette in contatto con chi può dare supporto psicologico e pubblica un report periodico sulla diffusione del fenomeno in Italia.
www.permessonegato.it

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