RUBRICA - Web&Social

Attenzione, il web non dimentica

Si dice che la Rete non dimentica e che ogni traccia che lasciamo online sarà per sempre ricercabile e, nel caso, utilizzabile anche contro di noi.

Il fatto che le informazioni siano tanto più accessibili e permanenti che in passato ha aperto un animato dibattito sul diritto all’oblio: qual è il bilanciamento corretto fra il diritto di tutti a informarsi e il diritto del singolo di tutelare la propria reputazione, lasciarsi alle spalle avvenimenti del passato, impedire la diffusione di informazioni inesatte che lo riguardano?

Il tema del “lasciar tracce di sé” è percepito come importante soprattutto dai giovanissimi, che, in una società che ha visto restringersi enormemente gli spazi di autonomia degli adolescenti, usano i mezzi digitali per relazionarsi fra loro lontano dagli sguardi degli adulti.

L’abitudine di molti teenager di cancellare regolarmente i propri status più vecchi di qualche ora, già letti dai coetanei, è all’origine di Snapchat, un social network che fa pubblicare messaggi di testo, foto e video che scompaiono dopo 24 ore. La app, nata nel 2011 per iOS e lanciata su Android nel 2013, si diffonde subito fra i giovanissimi, tanto che Facebook prima tenta invano di comprarla e poi nel 2016 decide di copiarla, introducendo una funzionalità pressoché identica su Instagram: le Stories.

Le storie a scomparsa trainano una crescita vertiginosa di Instagram, che supera in breve Snapchat e raggiunge all’inizio del 2018 il miliardo di utenti attivi; nel frattempo le Stories arrivano anche su Facebook, mentre su WhatsApp compare la funzionalità Stato, che permette di caricare una foto o un video visibili per 24 ore a tutti i contatti.

La capacità di attrazione dei contenuti effimeri sta nel fatto stesso che sappiamo che fra poche ore scompariranno e questo esercita su di noi, che lo vogliamo o no, l’urgenza di guardarli: non a caso, molte aziende usano le Stories come format pubblicitario.

Ma, passate le 24 ore, le storie si cancellano davvero? Come potevamo aspettarci, no, tanto che a fine 2017 Instagram apre agli utenti l’archivio delle proprie storie: ci arrivi dalla finestra di gestione del tuo profilo, cliccando sull’icona a orologio nella barra in alto.

Insomma, nulla si distrugge davvero: cancellare le nostre tracce da Internet è così faticoso che forse dovremmo riconsiderare con attenzione cosa lasciare e cosa tenere per noi.

Diritto all’oblio, motori di ricerca e Gdpr La Corte di Giustizia Europea nel 2014 sancisce l’obbligo da parte di Google di prendere in considerazione ogni richiesta fatta da una persona che voglia rendere non ricercabili notizie su di sé che siano false o inesatte o che, visto il tempo trascorso, possano essere considerate non più di interesse pubblico. Questa deindicizzazione ha effetto peraltro solo sulle ricerche fatte da paesi dell’Unione Europea e non necessariamente, a meno di sentenze specifiche, a livello mondiale; sì, perché nel caso non lo sapeste, i risultati di ricerca non sono uguali dappertutto, ma dipendono da molte variabili fra cui il paese da cui vi collegate.

Si è parlato di diritto all’oblio anche riguardo alle novità introdotte dal Gdpr, il nuovo regolamento europeo della privacy; in questo caso però lo si è fatto un po’ a sproposito, perché il Gdpr non si occupa di come oscurare i link a notizie su di noi, ma solo del nostro diritto a chiedere la cancellazione completa dei nostri dati da parte di chi li abbia trattati se non esistono più validi motivi per il trattamento. http://bit.ly/DirittoAllOblio

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