RUBRICA - Le parole per dirlo

Prendersi la responsabilità

«Te la prendi te la responsabilità» (cit. Vasco Rossi, L’uomo più semplice)

Il tema della responsabilità è vastissimo e si applica a qualunque ambito dell’esistenza e dell’esistente. È una delle parole chiave più spesso utilizzata per richiamare all’attenzione, e all’assunzione, appunto, delle proprie responsabilità i soggetti, siano essi adulti o bambini, genitori o figli, figure private dunque, oppure pubbliche, come politici, giornalisti, insegnanti e anche artisti. La responsabilità personale è cosa di tutti e di ciascuno.

Esiste una responsabilità individuale, una collettiva e civile, una politica. È concetto giuridico, morale, patrimoniale e anche aziendale. Ed è attraverso di essa che la nostra libertà si esprime, si contrae o si espande. D’altra parte, non esiste responsabilità senza libertà. Il concetto di “responsabilità” nasce verso fine‘700, e va di pari passo con quello della libertà individuale. Come puoi avere responsabilità se tutto è deciso per te da altri e non c’è una zona d’azione né del corpo né del pensiero nella quale potersi muovere e avere un margine di scelta? Marthin Luther King (nella foto) spostava oltre la questione, e, in una lettera aperta (16 aprile 1963) dalla prigione di Birmingham – dove era stato incarcerato per la partecipazione non violenta a una manifestazione contro la segregazione razziale – poneva l’attenzione sul fatto che se anche ci si trovi in una condizione in cui il margine d’azione individuale è ridotto al nulla, tu hai comunque la responsabilità di batterti per cambiare le cose.

Di qui, secondo me, la responsabilità dell’immaginazione: è lì che un cambiamento comincia a prendere forma. Ogni immagin/azione genera una conseguenza. È necessario impararlo fin da bambini ed è una cosa che in minima parte si possiede per istinto e che si sviluppa invece nel corso della vita anche cascando a faccia in giù più volte e inciampando su valutazioni sbagliate. Spesso, guardandomi attorno, ho la sensazione che esista una specie di virus infettivo che contagia l’ego di moltissimi e ne ne inficia la capacità previsionale. Un virus che convince l’individuo d’esser libero di fare tutto quel che gli pare e piace nel momento in cui gli pare e gli piace. Ve la ricordate quella frustrazione allucinante, da bambini, quando si pretende che gli oggetti lanciati per aria o per terra si dimentichino delle leggi della fisica? È lì che si comincia a sbattere il muso sul limite, e sulle scelte.

Forse, quel cucchiaio in faccia al papà è meglio non tirarlo. Forse, rovesciare la pappa per terra non è una buona idea, perché nel piatto da sola, la minestra non ci torna. In questo percorso dovrebbero essere gli adulti a guidare bambini e ragazzi, ma spesso, pure gli adulti sembrano molto poco consapevoli di quali siano i loro obblighi. Chi saremmo, senza responsabilità? Non essere responsabili di niente e di nessuno significa forse essere liberi? L’autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, Filomena Albano ha scelto proprio la parola Responsabilità per la sua Relazione annuale tenuta in Parlamento a giugno. Responsabilità di adulti e istituzioni nei confronti di ogni tipo di incuria o abuso sui minori. Come cantava Fabrizio De Andrè nel 1973:«per quanto voi vi crediate assolti, siete per sempre coinvolti». Credo sia proprio così, nei confronti di tutto e tutti: dallo smistamento del “rusco” ai massimi sistemi. Ogni azione deve essere guidata da un senso di responsabilità. Ma chi se la prende?

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