RUBRICA - Cibo e Cultura

Parlare di cibo, mangiare pensieri

Di cibo e di gastronomia scrivono in tanti. Lo storico interpreta i documenti scritti, l’archeologo interroga i reperti materiali, lo studioso d’arte esamina le immagini, l’antropologo intervista persone, il sociologo osserva i comportamenti collettivi, il filosofo si fa domande sul senso delle cose, il semiologo decodifica linguaggi e modi di comunicazione, il linguista analizza l’uso delle parole, il filologo ricostruisce rapporti testuali… I loro percorsi sembrano lontani, i punti di vista diversi, ma si incrociano spesso perché il cibo è al centro della nostra vita ed è un oggetto, per sua natura, interdisciplinare. Brillat-Savarin, l’icona per eccellenza della cultura gastronomica, fu il primo (nella Fisiologia del gusto, 1825) a rappresentare il cibo in questa dimensione ampia, tendenzialmente globale, che attiene alla storia naturale, alla fisica, alla cucina, al commercio, all’economia politica e in fin dei conti «alla vita intera»: se, dunque, «la gastronomia è la conoscenza ragionata di tutto ciò che si riferisce all’uomo in quanto egli si nutre», tutto dovremo analizzare e sezionare, per capire come funziona il gusto.

Smontare l’oggetto cibo nelle sue singole componenti – economiche, politiche, sociali, scientifiche, tecniche, artistiche – è un modo per comprenderne le infinite sfaccettature, per rendersi conto che seminare è un atto alimentare e mangiare è un atto agricolo (come ci ricorda Wendell Berry in un libro cult); che i modi di pensare il cibo cambiano nel tempo e nello spazio; che dietro ogni scelta, ogni atteggiamento, ogni comportamento ci sono storie antiche e recenti, di cui non necessariamente siamo consapevoli; che i rapporti fra gastronomia e dietetica, non sempre evidenti, sono sempre stati decisivi; che in ogni piatto c’è un formidabile concentrato di idee e di pensieri, di scelte e di gesti.

Eppure, non si stanca di ripetere Alberto Capatti, il nostro maggiore storico della cultura gastronomica, smontare e studiare l’oggetto cibo è un’operazione intellettuale che rischia di farci perdere il senso del gesto – il mangiare – a cui quell’oggetto è deputato. Capatti rivendica la dimensione irrazionale e ingovernabile del desiderio, del gusto, del rapporto assolutamente unico e individuale (e perciò inclassificabile) fra il cibo e colui che lo mangia. Non il principio di realtà, ma la forza dell’immaginario è quella che ci conduce a fare scelte spesso impreviste, comunque imprevedibili. Il boccone immaginario si intitolava un suo libro del 2010, pubblicato da SlowFood. Ora ribadisce il concetto, affidando a DeriveApprodi (collana Alfabeta, 2017) un Mangiapensieri che raccoglie storie intriganti e riflessioni suggestive. Il sottotitolo non lascia spazio a equivoci:Lessico immaginario del cibo.

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