RUBRICA - Cibo e Cultura

Parlare di cibo, cosa è cambiato

Oggi si parla molto di cibo. Anche troppo… Ma non siamo i primi a farlo: di cibo, gli uomini hanno sempre parlato molto. Letteralmente e metaforicamente, per combattere la fame quotidiana o per disegnare immagini del mondo, per produrre e per vendere ma anche per rappresentare, attraverso la tavola, identità collettive e rapporti sociali. Trattati di agronomia e di botanica, manuali di dietetica, norme legislative e regolamenti commerciali, libri di cucina e di buone maniere, letteratura d’invenzione e di intrattenimento, non c’è testo che in qualche modo non abbia intercettato uno o più aspetti della cultura alimentare. E accanto agli scritti le tradizioni orali, esperienze e saperi trasmessi attraverso i gesti, o magari in forme proverbiali.

La ragione di tutto ciò è semplicissima, addirittura banale. Mangiare è la prima necessità del vivere quotidiano e perciò incarna, ed esprime, una gamma vastissima di valori materiali e mentali, fra loro diversi e talora opposti. Tra fame e piacere, scienza e lavoro, socialità e salute, il “discorso sul cibo” ha sempre avuto un ruolo centrale nelle attenzioni degli uomini. Perché dunque stupirsi di quanto posto abbia oggi nei media?

L’elemento di novità in effetti esiste, ed è la stessa esistenza dei media: non il contenuto (che è antico) ma il supporto dell’informazione. I mezzi di comunicazione di massa hanno impresso un’accelerazione impressionante alla quantità di dati, notizie, parole spese intorno al cibo – che, oggi come ieri, veicolano attenzioni e prospettive diverse. Da un lato coinvolgono la minoranza di quanti possono permettersi di ricercare il buon cibo, il nuovo ristorante segnalato, il prodotto speciale, la ricetta salutare. È a loro che parlano i cuochi-artisti, esibendosi in cucina come i cantanti all’opera o gli attori a teatro. Ma i media non si accontentano di questo: la loro vocazione è parlare a tutti. Ecco allora moltiplicarsi giochi, gare, reality show, lezioni di cucina per ogni sorta di pubblico.

Ciascuno ha diritto al suo spettacolo e il cibo è il soggetto ideale attorno a cui costruire discorsi e rappresentazioni, proprio perché si tratta di un oggetto essenziale, che tutti conoscono (o credono di conoscere) e frequentano quotidianamente. Ma dietro l’apparenza di un discorso comune – parlare di cibo – si confermano e si consolidano contrasti e distanze. Il denaro e il potere che consentono l’accesso alle risorse, l’identità di classe e il senso di appartenenza sociale, il peso della cultura e delle ideologie rimangono decisivi. Non bastano una tavola imbandita e un piatto di minestra per farci sentire (e per essere) tutti uguali, senza contare quelli – ancora troppi – che la minestra neppure ce l’hanno.

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