RUBRICA - Le parole per dirlo

Morire di eroina

Non accettare caramelle dagli sconosciuti! è stato il mantra dell’infanzia dei bambini dalla seconda metà degli anni ‘70 in poi, quando la questione “eroina” divenne un’emergenza nazionale. Era una leggenda, quella delle caramelle drogate? Una leggenda, quella degli infidi sconosciuti – che io continuo a immaginare come uomini bassi in soprabito giallo di kinghiana memoria – appostati in attesa di giovani cavie davanti ai cancelli d’uscita di scuole elementari e medie per allungare chicche adulterate ai ragazzini e iniziarli alle sostanze stupefacenti? Nessuno mi aveva spiegato nei dettagli perché non dovessi accettare le caramelle.

Ma c’erano le siringhe per terra, nei parchetti pubblici, e presto noi bambini capimmo che tra caramelle e aghi una connessione doveva esserci. Durante quegli anni, notizie allarmanti su queste famigerate caramelle adulterate nelle scuole comparvero su tutti i quotidiani, mai suffragate però da prove certe. Non so come la droga effettivamente si insinuasse a un certo punto nelle nostre vite, so solo che da un certo momento in poi, l’eroina c’era e molti tra noi se la ritrovavano tra le mani e la provavano. Succedeva. Tanti dei miei amici di un tempo ne facevano uso, parecchi ne sono in seguito morti. Nella mia testa c’è un cimitero immaginario dove le croci di Cristo si trasformano in siringhe (spade, in gergo); la forma in fondo è quasi la stessa.

Poi, per oltre due decenni, sull’eroina è calato il silenzio. Era sparita dai nostri discorsi, dalle paure che adesso erano altre: le pasticche, per esempio. Forse, lo comprendiamo adesso che l’allarme torna, l’eroina non era sparita davvero, aveva soltanto cambiato faccia. I dati parlano chiaro e sono abbastanza inquietanti: nel settembre 2018 è uscita sull’Espresso un’inchiesta di Arianna Giunti che riporta dati impressionanti sul numero di adolescenti, minori, in carico ai servizi sanitari locali in Italia per dipendenza da sostanze. La media nazionale dell’età in cui si comincia ad assumere stupefacenti è 12 anni. Bambine e bambini sperduti nel bosco (quello di Rogoredo, Milano, ad esempio, è una delle “piazze di spaccio più grandi d’Europa”.)

Si torna a morire di overdose. Fa paura, questa cosa, molta. E difficile è trovare le parole per spiegarla ai bambini: la paura si mescola al timore di anticipare i tempi e suscitare una curiosità che magari ancora non ci sarebbe. Come capire quando è il momento e quali sono i modi giusti per affrontare l’argomento? Ho letto un libro molto interessante che ricostruisce la storia di una “generazione scomparsa” e dispiega – mettendo insieme una vicenda personale, documenti, voci e testi di vario genere – il racconto dell’eroina in Italia negli anni ‘70 per arrivare fino all’oggi; l’ha scritto Vanessa Roghi e si intitola Piccola città – una storia comune di eroina, Editori Laterza (La piccola città è Grosseto, luogo natale dell’autrice). Quando, nell’inverno del 2018 muore una ragazza fuggita da una comunità per tossicodipendenti, la notizia non serve a riaprire un dibattito sulla prevenzione alle droghe nel nostro Paese, ma la si usa per fomentare odio verso gli immigrati che l’eroina, alla ragazza, l’avevano venduta. Perché il discorso sull’eroina – e sulle droghe in genere – è così poco frequentato dalla politica? Perché il lavoro di prevenzione è così poco incisivo? Troveremo altri modi, più utili e convincenti per parlare di droghe ai nostri ragazzini o saremo costretti, per ignoranza, pruderie e solitudine soltanto a ripetere la solita vecchia solfa: Non accettare le caramelle dagli sconosciuti?

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