RUBRICA - Italiani brava gente

Meno luci di Natale, più speranza

A Zeme, mille abitanti in provincia di Pavia, non hanno avuto dubbi: quest’anno niente luci di Natale. In altri paesi della zona e in tante altre città si è scelta una via di mezzo: decorazioni luminose ridotte di numero o accese più tardi e spente prima. Per via dei prezzi dell’energia alle stelle e di una guerra qua vicino. 

Massimo Saronni, il sindaco di Zeme, va dritto al punto: «Senza addobbi natalizi risparmiamo 2.500 euro di energia elettrica e li usiamo per aiutare le famiglie in difficoltà. I costi sono altissimi e questi consumi sono sacrificabili». A Lizzanello, dodicimila abitanti alle porte di Lecce, decisione analoga: per le luminarie si spendevano 8 mila euro che quest’anno sarebbero diventati il doppio. Allora, dice il sindaco Costantino Giovannino, lasciamole spente e aiutiamo le famiglie che stanno peggio. Così “Scaldiamo i cuori”. Torniamo a Zeme, dove il sindaco fa altre due considerazioni: a) “in un momento di grave crisi economica come questo spegnere le luminarie è anche una forma di rispetto verso tutti”; b) “il paese sarà buio? Pazienza, è atmosfera anche questa”. 

È un Natale con meno luci. È un cambiamento. Ricordate il Natale del 2020, in primo in pandemia? C’era la zona rossa nei festivi e quella arancione nei giorni lavorativi, i divieti di spostamento tra regioni diverse – “salvo che per motivi di salute, esigenze lavorative o comprovate necessità” – e la possibilità di far visita ai parenti ma solo in due persone al massimo. Una situazione difficile, un Natale straordinario. Scambi di auguri in videochiamata e città deserte – negozi, ristoranti e bar chiusi con asporto consentito fino alle 22, ricordate? –  e molti sindaci che avevano scelto lo stesso di accendere le luminarie. Per dare un messaggio di speranza – la luce in fondo al tunnel – e “riscaldare” un po’ le loro comunità in sofferenza. Le luci di Natale sono sempre un segno dei tempi. Sono diventate l’emblema delle feste, portano la gente per strada e sostengono i consumi. I commercianti le amano molto. A volte sono belle, a volte vere e proprie opere d’arte: luci d’artista. Le hanno inventate a Torino (nella foto) nel 1998 ed esportate poi a Salerno e Pescara. Arte contemporanea sospesa sulle nostre teste.

A volte, spesso, sopra le nostre strade, da metà novembre a metà gennaio, splendono cose che suscitano qualche dubbio: babbi natale storti, renne obese, stalattiti incombenti, cappelli di babbo natale, palle d’albero di Natale senz’albero e alberi di luci e luci senza senso compiuto. E fiocchi di neve, pupazzi di neve, nevicate di luci che convivono con palme multicolori. E igloo con pinguini annessi, angeli che suonano la tromba ed elfi. Molti elfi, molte slitte e stelle comete a sfinimento. Oppure fili di luci esili e leggeri, una scelta minimale di per sé condivisibile, che però poi fanno tristezza. E la tristezza, si sa, confina un po’ con il Natale per via di quell’obbligo ad essere, per forza, felici. 

Perché poi diventa difficile da dosare, la luce: pare chiedere sempre più potenza, più watt, più splendore. A rischio di perdere in fascino ed atmosfera. Allora che cosa sia l’atmosfera di Natale tocca riscoprirlo ogni volta, tra luci ed ombre. In ogni caso, compatibilmente, auguri di Buon Anno e Buon Natale.

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