RUBRICA - Le parole per dirlo

Ma qualcosa ancora qui non va…

L’anno vecchio è finito ormai, ma qualcosa ancora qui non va” (Lucio Dalla)
Ogni fine anno e inizio d’anno nuovo sono caratterizzate da un ruminio mentale, pubblico e privato: è la rendicontazione del dare e dell’avere, delle speranze tradite dall’anno precedente e quelle da rinnovarsi per l’anno che verrà. Inevitabile ripensare alle parole di una delle più famose e amate canzoni di Lucio Dalla. Pubblicata nel febbraio 1979 – quest’anno celebra i suoi primi quarant’anni. Durante le recenti feste natalizie, a Bologna, in via D’Azeglio si sono inaugurate le luminarie di Lucio (dureranno fino al 6 marzo, data dei funerali bolognesi di Dalla ai quali parteciparono ottantamila persone). Le parole della canzone, scritte con la luce in forma di luminarie appese tra i palazzi, costringono ad alzare il naso verso il cielo e spingerlo lontano, in avanti, verso il futuro.

Quel gesto di rovesciare la testa all’indietro e alzare gli occhi è esattamente il gesto che si fa, dalla notte dei tempi, quando si esprime un desiderio – almeno dal De Bello Gallico di Cesare, stando alle fonti. Dal latino De – sideribus ovvero lontananza dalle stelle, dunque nostalgia, ricerca, speranza, desiderio, appunto. Gli anni in cui vede la luce la canzone dall’incipit memorabile «Caro amico ti scrivo», sono anni pesanti per l’Italia, non a caso definiti poi “gli anni di piombo”; i versi «e si esce poco la sera compreso quando è festa / e c’è chi ha messo dei sacchi di sabbia vicino alla finestra» alludono proprio a questo: paura, attentati, sangue, violenza, problemi economici, gente barricata in casa davanti alla televisione come davanti a un oracolo.

Se l’ha detto la televisione allora è vero: «il nuovo anno porterà una trasformazione e tutti quanti stiamo già aspettando. Sarà 3 volte Natale, e festa tutto il giorno». Ce n’era bisogno, di una ventata di fantasia e di speranza, anche a costo di sentirsi dire delle balle. Io me li ricordo, quegli anni, anche se ero una bambina e la mia vita si svolgeva nel perimetro ristretto di un paese alla periferia di Bologna. Anche da lì l’odore, l’atmosfera pesanti si percepivano: una polvere densa, collosa, sospesa, ma sempre più vicina, una nube di eventi, pensieri e sentimenti tossici che si depositava ad avvolgere paesaggi, edifici, persone. «Vedi caro amico cosa si deve inventare/ Per poter riderci sopra / Per continuare a sperare». È una delle canzoni più “politiche” di Dalla anche se a un primo ascolto, non ci si fa caso. Non è invecchiata per niente e questo, se da un lato ci conferma che l’arte resta sempre attuale, dall’altro spinge anche a pensare, perché forse, allora, non siamo stati noi capaci di cambiare, e il Paese in cui viviamo certe dinamiche, certi fantasmi se li porta ancora dentro, indigeriti, come tossine che avvelenano l’oganismo collettivo.

Davanti alla tv oggi ci stiamo meno, ma lo stesso siamo chiusi in casa, o comunque avvoltolati su noi stessi: l’oracolo sono gli schermi dei tablet e degli smartphone. Ci siamo abituati a una classe politica che va avanti, come le starlette, a colpi di status, tweet e selfie: dichiarazioni, promesse, smentite, show mediocri, talvolta ripugnanti. E noi lì a berci tutto, la testa china su cristalli liquidi e punti quantici e i pollici che scorrono avanti e indietro. Però la testa, con uno scarto della volontà, potremmo anche alzarla verso le stelle vere a fare la conta di quel che ci manca e che nessuno può darci se non ce lo diamo da soli: il coraggio di un desiderio nuovo, potente, limpido, dignitoso, libero, magari condiviso.

E comunque vada, «l’anno che sta arrivando, tra un anno passerà».

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