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L’informatica va alla guerra

L’industria bellica è, insieme alla pornografia, uno dei settori che trainano lo sviluppo tecnologico. Non stupisce perciò che nell’era digitale la guerra sia sempre più informatizzata. Sistemi di intelligenza artificiale vengono usati per l’identificazione dei nemici, la traduzione e decifrazione di messaggi, l’adattamento automatico delle rotte di droni e missili. I cosiddetti sistemi d’arma autonomi letali possono localizzare, selezionare e mirare a bersagli in totale autonomia, sulla base di algoritmi che non prevedono controlli o decisioni da parte di esseri umani. Si ritiene che sistemi di questo genere siano già stati usati nel 2020 in Libia e il loro impiego in zone di guerra, da parte dei corpi di polizia, per il controllo dei confini è molto controverso. Diversi Stati ne chiedono una messa al bando o quantomeno una regolamentazione, ma questo processo è bloccato dal veto delle grandi potenze militari, che al contrario stanno investendo molto in queste tecnologie.

A preoccupare non è solo il tema etico del far governare l’uccisione di esseri umani da un algoritmo, ma anche l’effetto di accelerazione enorme dei tempi di decisione e interazione, che aumenta in modo esponenziale i rischi di escalation. Nel frattempo, i conflitti espliciti e latenti fra gli Stati si manifestano anche sotto forma di attacchi informatici, che prendono di mira istituzioni, infrastrutture e imprese dei paesi nemici:

attacchi DDoS (Distributed Denial of Service): si sommerge di richieste il servizio sotto attacco, saturandone le risorse e rendendolo così indisponibile agli utenti normali;

ransomware: attraverso un tipo particolare di virus informatico, si prende il controllo del sistema cifrandone i dati e rendendoli inutilizzabili. Gli autori dell’attacco ransomware possono chiedere un riscatto per “liberare” i dati, ma più spesso questi non vengono più restituiti e il ripristino è possibile solo a patto di avere una copia di backup che non sia infettata a sua volta dal virus;

disinformazione prodotta e distribuita ad arte: si creano siti-civetta, il cui nome, indirizzo e aspetto ricordano quelli di testate note e diffuse, ma che contengono notizie distorte o totalmente inventate a uso della propaganda. I link a queste fake news vengono propagati usando bot e falsi account, ma anche l’attitudine delle persone a diffondere senza verifica notizie che confermano le proprie opinioni e pregiudizi.

Anche se in apparenza meno cruenti della guerra tradizionale, gli attacchi informatici possono bloccare il funzionamento di infrastrutture vitali come ospedali, trasporti, centrali nucleari; mentre la disinformazione mirata degrada il dibattito pubblico e fa crescere fondamentalismo, negazionismo, razzismo.

È difficile concludere questo articolo con una nota positiva, se non invitando a essere più consapevoli sull’uso e gli sviluppi della tecnologia e a capire che la sicurezza informatica è un mattone fondamentale della nostra sicurezza in senso lato, come individui e come società.

Fermare i robot killer Il Comitato internazionale della Croce Rossa, Amnesty International, Human Rights Watch e altre organizzazioni non governative hanno lanciato nel 2013 una petizione per bloccare lo sviluppo e uso dei sistemi d’arma autonomi. Per firmare la petizione: www.stopkillerrobots.org

Gli attacchi informatici all’Italia Anche il nostro paese è stato oggetto di attacchi informatici. In questo articolo di Carola Frediani un approfondimento dei più eclatanti avvenuti nel 2022.

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