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Le responsabilità di noi adulti e gli adolescenti in lockdown

Gli adolescenti sono fra le vittime meno considerate della pandemia di Coronavirus. In un’età in cui è fondamentale relazionarsi coi propri pari, aumentare gli spazi di autonomia dalla famiglia, mettersi alla prova in vista dell’età adulta, le restrizioni imposte da decreti e ordinanze li hanno chiusi in casa, inchiodandoli per ore alla sedia con la didattica a distanza e proibendo loro sport e buona parte delle attività di aggregazione.

Così, mentre molti adulti hanno dovuto imparare in fretta a sostituire le riunioni con le videochiamate, per questa generazione di nativi digitali cresciuti con lo smartphone in mano e passando ore davanti a videogiochi, YouTube e chat non c’è stato tanto bisogno di imparare a usare strumenti nuovi: anzi, a volte sono stati loro ad aiutare professori, genitori e nonni a trasferire online buona parte della loro vita.

Noi adulti – genitori e insegnanti – li abbiamo visti adattarsi alle regole del lockdown senza le ribellioni che ci saremmo aspettati, come se questa situazione in realtà assecondasse una tendenza già esistente a vivere la realtà da remoto. Più di una volta ci siamo chiesti se i nostri figli non stessero prendendo la china che porta all’autoisolamento volontario: ma non sono stati forse gli adulti a propagandare il concetto di distanziamento sociale, quando invece ciò che sarebbe realmente necessario è il distanziamento fisico, unito a una maggiore coesione sociale?

Io credo che mai come oggi noi adulti dobbiamo fare un profondo esame di coscienza sul nostro atteggiamento verso le generazioni più giovani. Non solo stiamo lasciando loro un pianeta sull’orlo di un’emergenza climatica irreversibile, non solo le politiche di gestione della pandemia hanno assegnato bassa priorità a tutto quanto avrebbe contribuito a salvaguardare l’esperienza della scuola (dall’organizzazione dei trasporti all’evoluzione della didattica); il problema più grande è che non li ascoltiamo mai, ma ci limitiamo a giudicarli.

Per gli adolescenti la dimensione digitale – chattare, giocare insieme online, guardare in contemporanea, ciascuno da casa sua, una serie tv e commentarla a distanza – è parte integrante della quotidianità; dovremmo preoccuparci un po’ meno di quante ore passano davanti allo schermo, e un po’ di più di come stanno davvero, se sono felici o annoiati, come vedono il loro futuro, come vorrebbero usare i propri spazi di libertà.

Hikikomori: non facciamo confusione Confesso di aver commentato anch’io qualche volta, presa dallo sconforto, “diventeranno tutti hikikomori”; invece c’è una radicale differenza fra l’isolamento imposto dal lockdown e la scelta volontaria di isolarsi da tutto e da tutti per un radicale disagio psicologico. Quest’ultima è la condizione degli hikikomori, fenomeno nato e cresciuto rapidamente in Giappone che si sta diffondendo anche in Italia e la cui genesi è attribuita spesso alla dipendenza da Internet; in realtà questa è piuttosto una conseguenza del disagio, non la sua causa.
Per saperne di più, un ottimo punto di partenza è il sito www.hikikomoriitalia.it, curato dallo psicologo Marco Crepaldi.

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