RUBRICA - Le impronte del consumatore

Le impronte del consum-autore

Patrizio_Roversi.jpgQuesta Rubrica potrebbe intitolarsi CONSUM-ATTORI o CONSUM-AUTORI, perchè il suo obiettivo dichiarato – che peraltro credo sia lo scopo di tutta questa Rivista e direi della COOP in generale – sarebbe quello di portare il consumatore ad avere un atteggiamento attivo e critico, consapevole del proprio ruolo.

Il Consumatore è perno e termometro dell’economia: non a caso le misure economiche che si stanno mettendo in atto contro la crisi cercano di mettere un po’ di denaro in tasca ai consumatori perchè rilancino la domanda interna e quindi l’economia in generale. Oramai, dopo che le classi sociali tradizionali si sono spappolate nella globalizzazione neo-capitalistica, il consumatore è rimasto in pratica l’unica categoria individuabile (anche se indefinita). Se una volta c’era il Proletariato, adesso c’è il Consumariato. E paradossalmente è molto democratico, perchè tutti – per forza – consumiamo, sia ricchi che poveri, sia pure in modo diverso. Una volta c’erano i nobili & notabili, ora ci sono gli altospendenti e i proletari di un tempo ora sono il target basso.

Ma – premesso questo – il Consumatore si trova investito di altri ruoli e gravato di ulteriori grosse responsabilità. Oggi ci dicono che  il futuro stesso del Pianeta dipende dalle scelte del Consumatore! Si parla infatti ad esempio di impronta idrica: la filiera produttiva di una tazzina di caffè implica il consumo di 140 litri di acqua; per fare un chilo di carne ne servono addirittura 15.000 ecc ecc. Poi si parla di impronta carbonica, cioè dell’impatto ecologico legato ai nostri consumi: gli allevamenti di bovini per sfamare i carnivori producono il 15% del gas serra e quindi influenzano il cambiamento climatico. Poi ci sarebbe da tener conto anche dell’impronta della legalità: dobbiamo stare attenti a consumare cibo prodotto secondo le regole, senza che nessuno venga sfruttato, senza che ci siano truffe o opacità lungo la filiera.

Ma non possiamo dimenticare limpronta patriottica, legata all’identità nazionale e ai cicli produttivi di casa nostra: è meglio consumare cibi e altri prodotti made-in-Italy, sia perchè siamo più sicuri della qualità, sia perchè trainano la nostra economia e anche perchè, essendo più o meno a chilometro-zero, implicano meno spreco di energie. E a proposito, c’è anche l’impronta energetica: quanta energia si spreca per produrre le cose che consumiamo? E gli sprechi come si possono ridurre? Come si può riutilizzarli e riciclarli?

Tutti questi (sacrosanti) doveri pesano ormai con ogni evidenza sulle spalle del Consumatore, che deve portare tutto un fardello di sensi di colpa e di imperativi morali. E non è finita: secondo me il bello viene adesso perchè il Consumatore oggi deve guardarsi anche e soprattutto da ulteriori minacce, che rischiano di confonderlo in questa nobile impresa che è il raggiungimento della Grande Consapevolezza per arrivare a salvare il Mondo. E queste minacce sono il Marketing e l’Ideologia che, come il Gatto e la Volpe nella favola di Pinocchio, sembrano messi lì apposta per prenderlo in giro. Marketing vuole dire che un sacco di Aziende cercano di “tingere di verde” i propri prodotti, con slogan o pubblicità accattivanti, senza poi adottare vere strategie in merito. L’Ideologia di moda invece, coi suoi slogan politicamente corretti, rischia di lanciare parole d’ordine apocalittiche, che disegnano solo dei facili luoghi comuni.

Il risultato di tutto questo è una banalizzazione, una semplificazione dei problemi, che rendono il Consumatore più che un Consumattore protagonista un Consumautistico autoreferenziale e fuori dal mondo. Sarebbe ora invece di affrontare la complessità, senza pregiudizi e senza pigrizia, andando a vedere “cosa c’è sotto” ai problemi e alle varie questioni. Rispondendo a domande tipo: “E’ vero che allevare bovini è sempre uno spreco di energia/acqua/risorse e che per il bene del Pianeta dobbiamo diventare tutti vegetariani?”; “Premesso che gli OGM (organismi geneticamente modificati) non piacciono a (quasi) nessuno, quali sono le vere ragioni per cui si dovrebbe evitarli?”; “Ma quanto costa davvero produrre in Italia un litro di olio extravergine d’oliva, e di conseguenza quanto lo devo/posso pagare per evitare che sia una truffa?”; “E’ vero che per essere buona la pasta deve essere prodotta esclusivamente con grano italiano?” Ecc ecc ecc.

A me questi temi, che sono quelli che trovate su questa rivista, interessano. Non sono un esperto, ma in futuro mi piacerebbe raccontarvi quello che vado via via scoprendo, girando l’Italia tra pastifici, oleifici, caseifici, frutteti, orti, stalle o anche solo mentre vado a far la spesa.

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