RUBRICA - Le parole per dirlo

Le donne, una festa e ciò che non si può tacere

Marzo è il mese che apre alla stagione più amata da molti, la primavera. Il mese dei narcisi, dei tulipani, degli iris e naturalmente delle mimose, fiore simbolo della Festa della Donna. Marzo è infatti il mese in cui da circa cento anni si celebra la Giornata Internazionale della donna, con qualche pausa, assestamenti e un contorno di leggende e imprecisioni sulla sua origine (su cui rimando a una puntata de Il Tempo e la storia, trasmissione di Rai 3 che si trova in streaming con il titolo: “8 marzo”).
Ogni anno, in occasione di questa giornata, assistiamo a polemiche e prese di posizione contrarie: che senso ha festeggiare la donna Un giorno all’anno quando ancora nella nostra società il sesso femminile non ha raggiunto la piena parità e ci ritroviamo immersi in un clima di misoginia diffusa? Bullismo, cyberbullisimo, violenze domestiche, disparità di trattamento economico sul posto di lavoro, sessismo, oltre che omo e trans fobia? Perciò quest’anno, la Giornata Internazionale della Donna cerca di riacquistare tutta la sua valenza politica: il Movimento Nonunadimeno, dopo due straordinarie giornate di assemblea nazionale del 4 e 5 febbraio scorsi, ha deciso di aderire allo sciopero generale delle donne lanciato dalle donne argentine e al quale parteciperanno oltre venti Paesi nel mondo: 24 ore di sciopero globale e riproduttivo. Quale occasione migliore dunque per riproporre la questione di una parola capace di far storcere il naso e di scatenare dibattiti incarogniti: femminicidio. Partiamo dalla parola. La definizione data  sul sito della Zanichelli Dizionari più è stringatissima:  «Femminicidio: uccisione o violenza compiuta nei confronti di una donna, spec. quando il fatto di essere donna costituisce l’elemento scatenante dell’azione criminosa».
Più lunga, articolata ed esaustiva quella che si può trovare sul portale della Treccani e che illustra la nascita della parola ormai utilizzata in tutto il mondo occidentale e la fa risalire al 1801, Inghilterra, dove già veniva utilizzato il termine femicide. Ora, non stiamo qui a snocciolare numeri e dati, cerchiamo invece di guardarci attorno e guardare anche le nostre vite, e quelle di amiche, sorelle, madri e figlie. Sappiamo che il 35 per cento delle donne italiane ha subito e subisce nel corso della vita un qualche tipo di violenza di genere: fisica e/o psicologica. Siamo noi le prime a doverci rendere conto che non è giusto e che possiamo e dobbiamo reagire individuando delle pratiche condivisibili che abbiano un impatto sociale capace di trascendere le singole vicende. La grande poetessa americana Sylvia Plath, nella straziante Daddy, (Papà) scrive, nel 1965, tre versi di formidabile potenza: Ogni donna adora un fascista/ La scarpa in faccia, il brutale/ Cuore di  un bruto a te uguale. Ogni volta che una donna difende, nasconde, occulta, sminuisce (per vergogna, umiliazione, paura, incerto senso del proprio valore) comportamenti violenti, denigratori e/o di sufficienza da parte degli uomini (ma anche delle altre donne!), siano essi amici, datori di lavoro, amanti, mariti, compagni o figli, mi fa venire in mente questa poesia e mi fa pensare all’errore imperdonabile che si può compiere negando o minimizzando. Un errore che è destinato a riverberare sulla propria vita ma anche su quella di tutti gli altri. L’esercizio della dignità, e dell’orgoglio di sé, oltre che essere un diritto è un dovere. E soprattutto va insegnato ai più giovani, con ferma convizione e con l’esempio quotidiano: dai massimi sistemi a chi rifà il letto.

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