RUBRICA - Cibo e Cultura

La rivincita di Bertoldo

Rape, cipolle, carote, patate… sotto terra c’è un intero mondo di sapori, di cui a volte non ci rendiamo conto. Piante che non amano mettersi in luce, che nascono e si sviluppano con discrezione e riservatezza. A loro è dedicato quest’anno – anche per ricordare i 200 anni dell’introduzione della patata nel territorio bolognese – il “Baccanale” che nel mese di novembre si svolge a Imola e dintorni, coniugando cultura e gastronomia, sapori e idee.

C’è stato un tempo, non troppo distante da noi, in cui rape e cipolle (non ancora le patate, che vivevano solo al di là dell’oceano) erano disprezzate come cibi “rustici”, adatti alla rozza mensa dei contadini ma non certo a quella dei signori. Nel Medioevo qualcuno teorizzò che le piante, esattamente come gli uomini, si dispongono su una scala gerarchica di facile e immediata lettura: in alto, nobili e prestigiosi, i frutti che svettano sugli alberi; in basso, ordinari e banali, i cereali che ricoprono i campi; più sotto ancora, gli umilissimi bulbi e le radici che crescono sotto il suolo. Lo stesso si immaginò per il mondo animale, con i volatili che da lassù guardano gli animali di terra o i maiali che si rivoltano nel fango.

Per secoli, questa ideologia della differenza sociale – trasportata nel mondo vegetale e in quello animale – fu ribadita con incrollabile certezza. Una sorta di “ordine sociale della natura” completava quello che si riteneva essere un “ordine naturale della società”, immutabile ed eterno. Signori e contadini, contrapposti sul piano sociale, si rappresentavano diversi anche in senso biologico, fisiologico, antropologico. Perfino i testi scientifici (soprattutto quelli di dietetica, ma anche opere di agronomia o di scienze naturali) insegnavano che il contadino, se mangia i piatti raffinati destinati al signore, rischia di ammalarsi perché il suo stomaco grossolano non saprebbe come digerirli. Viceversa, il signore si ammalerebbe a mangiare i cibi del contadino. Esito parodistico di questa cultura è la storia di Bertoldo, il “villano rozzo e bestiale” protagonista, agli inizi del Seicento, di un racconto di Giulio Cesare Croce, il cantastorie di San Giovanni in Persiceto. Ospitato alla corte del re (che, avendolo preso in simpatia, lo tiene con sé per divertirsi delle sue astuzie e delle sue fulminanti battute) Bertoldo si nutre dei cibi del re: perciò si ammala e infine muore, per non aver potuto – recitò il suo epitaffio – mangiare rape, cipolle e fagioli. Il suo cibo, la sua salvezza.

Poi arrivò la cultura illuminista, che diffuse questa bizzarra teoria secondo cui gli uomini sono tutti uguali. Sicché oggi possiamo dedicare a rape, cipolle e compagnia un intero evento culturale, senza che nessuno si scandalizzi.

Bertoldo si è preso una bella rivincita.

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