RUBRICA - Le parole per dirlo

La febbre degli eventi

Dopo due anni di incertezza, di quarantene e dunque di eventi e progetti rimandati “a quando saremo più tranquilli” ora c’è frenesia nell’aria della cultura e dello spettacolo. Piovono inviti da ogni parte del globo: festival piccoli, medi e grandi, fiere, incontri, presentazioni, dibattiti, letture, talk, di tutto per tentare di rivitalizzare un settore che ha sofferto e che soffre. Il Salone del libro di Torino, a maggio, ha registrato il sold out e ha fatto il record di 168 mila visitatori, 1.466 eventi, 90 mila persone agli incontri. Sono numeri che fanno girare la testa, e in effetti la testa girava anche a noi che per il Salone ci siamo passati e abbiamo contribuito al record di presenze nel primo caldo record di stagione. Il sole batteva implacabile sui vetri del Lingotto e se dentro l’aria condizionata accarezzava un po’ rude la cervicale dei relatori e del pubblico, fuori non si respirava. Le persone si aggiravano sorridenti e stranite: mascherine su, mascherine giù, l’obbligo non c’è più, che si fa? Rivedere persone che non vedevi da due anni e trovarle cambiate, invecchiate, diverse, alcune forse più frettolose, ciniche, dure. E ora, un’estate di eventi si è stesa davanti a chiunque abbia voluto e voglia coglierla.

Dopo milioni di dirette streaming, di contenuti su piattaforme, di diottrie perdute e di podcast sparati nelle orecchie, c’è il bisogno di tornare a incontrarsi dal vivo, perché è dal vivo che accadono le cose. Scaldarsi al fuoco dei falò, raccogliersi intorno al focolare (dato il caldo torrido che ci attende occorrerebbe raccogliersi attorno a un iceberg, piuttosto) a raccontarsi storie, come da sempre fanno gli umani. Infiammarsi nell’estasi condivisa: corpo tra altri corpi che pulsano al ritmo del cuore che batte. Le città esplodono di appuntamenti. Gira la testa.

Questa fretta di recuperare ciò che si è perduto certo ha a che fare con l’economia e con il tentativo di fare una trasfusione a quei settori che più hanno sofferto in questi due anni: turismo, teatri, cinema. Ma c’è anche l’idea (l’istinto?) di riprendersi a tutti i costi ciò che si è perso. Eppure, non siamo più tutti quanti proprio esattamente gli stessi, non tutti ci siamo ancora rimessi perfettamente in equilibrio. Ridiamo troppo o troppo poco, tracanniamo la vita per paura di rimanere a bocca asciutta oppure per paura ci teniamo in disparte. Però, se la condivisione è qualcosa di immenso, c’è bisogno anche di silenzi, spazi di riflessione e tempi morti tra una cosa e l’altra, per elaborare ciò che si è ascoltato, ciò che si è detto.

Ricordo il cielo azzurro smalto, senza rughe, dell’estate 2020 quando nessun aereo partiva o arrivava. Lo guardavo da una spiaggia dell’Adriatico. Era inquietante, ma dopo un po’ anche bellissimo, sembrava il preludio a quel vivere nuovo di cui tanto si parlava e si parla: sostenibilità, meno inquinamento, ritmi più lenti, “un’altra via”. Non avevamo detto, giocando al rimare: “la pandemia ci insegnerà un’altra via”? E invece no, la via è sempre quella, però più affollata, irta e impolverata, più rabbiosa, piena di denti, gomiti e ginocchia, mettiti i sandali e corri. Come prima, più di prima.

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