RUBRICA - Italiani brava gente

Il testimonial dei fifoni

Dal 20 febbraio dell’anno passato ci stanno capitando cose che mai avremmo immaginato di dover affrontare: una pandemia, i mesi chiusi in casa, le mascherine, lavorare dal salotto con un figlio che va a scuola dalla cameretta e una figlia dalla cucina. E litigano per la connessione tirandosi scatole di pennarelli. E poi l’appuntamento per il vaccino per la nonna che non si riesce a prenotare sul maledetto sito della Regione e non si capisce se è anche questo un problema della connessione di casa o un altro pasticcio di Regione Lombardia. E poi la paura, che è forse il sentimento che ci ha accompagnato di più: paura che vada tutto male, paura di ammalarsi, paura di andare in ospedale, paura che al supermercato finisca ancora il lievito, paura per il lavoro, paura per il futuro, paura di non arrivare in tempo a  vaccinarsi, paura che anche il vaccino – invece di proteggermi – possa farmi del male.

Dal mare delle paure ognuno di noi uscirà a modo suo: piano piano senza accorgersene o di colpo un mercoledì mattina. Una lezione esemplare ce la sta dando un signore di 44 anni, cremonese. Si chiama Axel Felisari e fa l’organizzatore di matrimoni. «Ha creato per noi tableau, menu e libretti chiesa con molta cura, rapidità e serietà. Lo consiglierei a tutti», scriveva soddisfatta una cliente. Adesso non lavora da mesi: «Sono barricato in casa da febbraio 2020 con un pacco di test antivirus». Perché Axel è ipocondriaco. “Ipocondriaco patologico”, dice lui che ci tiene alla precisione. L’ipocondria è una malattia: è la paura di avere una malattia. «Una o più malattie somatiche gravi e progressive», scrive l’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Axel racconta che è sempre andato in vacanza vicino a un ospedale, dopo aver controllato su internet che sia un buon ospedale, perché non si sa mai. E con in valigia un armadietto di farmaci. A Cremona ha preso casa a 150 metri dal Pronto soccorso e il navigatore della macchina è impostato perché segnali le farmacie, mica gli autovelox.

Un paio di mesi fa, quando legge che il reparto di malattie infettive dell’ospedale di Cremona cerca volontari per testare ReiThera, il vaccino anticovid italiano, decide di farsi avanti. Manda una mail. «Quello che ho fatto è una cosa abbastanza sconsiderata, perché rivela che ho altri problemi» dice adesso ridendo. «Figurati se mi chiamano», pensa allora. Lo chiamano. È terrorizzato ma ci va lo stesso.  Parla con Angelo Pan, il primario del reparto. Domanda, si fa spiegare. Ne esce rassicurato. «Il dottor Pan è stato gentilissimo, trasmette una tranquillità infinita. È stato uno degli eroi di Cremona durante la pandemia ed è sempre molto disponibile. Ha dato a tutti i volontari il suo numero di telefono, per ogni problema. Io l’ho chiamato il giorno dopo. Poi mi è venuto in mente che la sperimentazione del vaccino durerà mesi e mesi. Ho pensato a come sarà ridotto il suo telefono».

Poi l’inoculazione. «Mi sono seduto sulla poltrona e ho chiuso gli occhi». Axel non sa se gli hanno iniettato il vaccino o una soluzione fisiologica, acqua fresca, perché potrebbe essere finito nel gruppo di controllo. «Io comunque sto già manifestando tutti i possibili effetti collaterali immaginabili. Mi sto portando avanti». Axel Felisari, il testimonial dei fifoni, è un modello per tutti noi e per tutte le nostre paure.

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