RUBRICA - Italiani brava gente

Il posto dove ombrelli e cappotti rinascono

Siamo a Milano, ci sono le sfilate.  Per l’autunno inverno 2020-2021 – la moda guarda avanti – l’uomo dei marchi del lusso, veste «pantaloni a sigaretta indossati con blouson oversize, che cadono a pennello sulle derby leggerissime». Le parole della moda non sono facili da capire se non sei molto dentro la moda. Invece è molto chiaro Alessandro Sartori, stilista e direttore artistico di Zegna. Dice che in pochissimi anni, forse solo cinque, «arriveremo al 95% delle collezioni con capi fatti da materiali riciclati». E fa sfilare, già adesso, abiti con tessuti ricavati da scarti di altre lavorazioni, cashmere rivitalizzato e bottoni riciclati. Lo slogan è “Usa l’esistente”. O Use the Existing, perché la moda parla inglese.

Andiamo a Trieste. È una giornata di bora, vento forte con raffiche scostanti. Il record di velocità è di 171 km all’ora: poi si è rotto l’anemometro. La bora può essere chiara, con cielo sereno, o scura, come quella di oggi, mista a pioggia. Se piove ti viene da aprire l’ombrello e un attimo dopo te lo ritrovi squarciato. Alla fine di una giornata di bora i cestini della spazzatura di Trieste traboccano di ombrelli morti. 

È qui che entrano in azione quelli di Lister Sartoria sociale. Stanno sulla collina di San Giovanni, dove più di cento anni fa fu costruito uno dei più grandi manicomi d’Europa e che Franco Basaglia, negli anni ‘70, ha scardinato cambiando tutto. La legge 180 è nata qui e loro ne sono una parte. Una cooperativa sociale che fa impresa tenendo insieme bussines ed inclusione: un lavoro, molte relazioni, per chi è in un momento incasinato della vita per via di una sofferenza mentale, una dipendenza, altro. Sono una quindicina: soci lavoratori, tirocinanti, borsisti, volontari.

Lavorano nella moda. Raccolgono materiali tessili dismessi – jeans, pezzi di stoffa e similpelle, cravatte, striscioni pubblicitari – li “destrutturano” e li ricuciono trasformandoli in qualcos’altro: borse, zaini, trousse, astucci e segnalibri. Tutti oggetti molto belli, che mettono insieme  design, sperimentazione e tecniche tradizionali. Il laboratorio è in un padiglione dell’ex ospedale psichiatrico: uno spazio affascinante, aperto come un bazar.

Un cliente gironzola guardando le stoffe e chi le lavora. Chiede. Intanto gli stanno trasformando – loro dicono “riducendo” – un vecchio cappotto di loden in un tascapane con bottoni e tasche originali. Molto di tendenza. Per quelli di Lister gli ombrelli stracciati dalla bora sono «un rifiuto urbano locale, un prodotto tipico a km zero. Da valorizzare». Li recuperano in giro per la città, li selezionano, lavano, smontano e ricuciono. Diventano shoppers, mantelli da barbiere o mantelline da pioggia. Anche in versione per cani. Oppure aquiloni o frisbee: «Così tornano a fare pace con il vento». Per renderli più performanti, per dire della cura e dell’innovazione, i bordi dei frisbee vengono rinforzati con l’inserimento mirato di fagioli secchi.

Il direttore artistico di Lister si chiama Pino Rosati. Ci mostra uno zaino rosso veneziano che prima era uno striscione pubblicitario. Ha una fodera damascata ricavata da un capo dismesso. Un dettaglio che lo rende unico: «Tutti uguali, tutti diversi», dice. E anche questa è un’idea di futuro.

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