RUBRICA - Terra, uomini e clima

Il clima cambia ma c’è chi nega l’evidenza

Il giugno 2019 è stato il più caldo di oltre un secolo sia nel mondo sia in Europa, con i 46 gradi registrati in Provenza il giorno 28, record assoluto della storia meteorologica francese. A luglio altri record di temperatura si sono registrati a Parigi e in altre città del nord Europa. In Italia secondo i dati del CNR-ISAC di Bologna, il giugno 2019, è risultato in seconda posizione in oltre duecento anni, appena dopo quello rovente del 2003. Anche la prima metà di luglio è stata in Italia di circa un grado al di sopra della media, con 44 gradi raggiunti in Sicilia il giorno 10, ma più vivi nella memoria sono i forti nubifragi con grandine e vento tempestoso che hanno colpito soprattutto la costa adriatica e addirittura la neve scesa fino a 2500 metri sulle Alpi il 15 luglio.

A cosa sono dovuti questi sbalzi così repentini? Sembra derivino, almeno in parte, da una maggior ondulazione della corrente a getto. Il veloce fiume d’aria che scorre ad alta quota da ovest verso est pare stia rallentando a causa del forte riscaldamento dell’oceano Artico e produce quindi un’alternanza di ondulazioni profonde migliaia di chilometri, come i meandri di un fiume lento. Nel cavo dell’onda l’aria fredda polare può raggiungere i tropici, mentre nella cresta dell’onda è l’aria rovente africana che può spingersi fino all’Artico. Questa configurazione provoca estremi climatici più marcati e persistenti, anche se quelli verso il freddo sono quasi sempre più brevi e meno pronunciati rispetto a quelli che riguardano il caldo. Il servizio meteorologico tedesco ha rilevato il giugno 2019 come più caldo e soleggiato della storia del Paese, un fenomeno che secondo lo studio di Andrew King dell’Università di Melbourne e David Karoly dell’Università di Oxford avrebbe, in assenza di riscaldamento globale, una probabilità annuale di accadere dell’1% mentre ora è già del 25% e potrebbe essere del 59% con un mondo più caldo di due gradi, come dire che oltre un anno su due sperimenteremo estati roventi come quella del 2003. In questo quadro preoccupante, che vede il consenso scientifico globale da parte degli studiosi e dei massimi organi delle Nazioni Unite, come l’Organizzazione Meteorologica Mondiale, l’Organizzazione per l’Alimentazione e l’Agricoltura e l’IPCC – il Comitato intergovernativo per i cambiamenti climatici – tocca ancora assistere in Italia alla petizione degli accademici negazionisti indirizzata ai massimi organi dello Stato.

Si tratta di una frangia di irriducibili, in massima parte rappresentativi di discipline scientifiche che non hanno a che fare con la climatologia, che ha suscitato la reazione dei ricercatori del settore clima, meteorologia e scienze del sistema terrestre i quali in oltre 300 hanno firmato la petizione a favore di rapide e incisive misure di contenimento del riscaldamento globale. Cito questo episodio apparentemente banale perché mi sembra puerile che si debba ancora oggi  affrontare la più grande minaccia per il nostro futuro a colpi di petizioni, mentre secondo l’IPCC occorrerebbe “uno sforzo senza precedenti” nella storia dell’umanità per uscire da questo pericoloso scenario. Comunque la petizione degli scienziati negazionisti ha almeno un vantaggio: rende disponibile ai nostri giovani studenti che, sollecitati da Greta Thunberg, lottano per il loro futuro, una lista autografa dei loro nemici. 

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