RUBRICA - Terra, uomini e clima

I giganti del clima e il fango di chi nega

Un manichino con le trecce di Greta Thunberg è stato impiccato a un cavalcavia di Roma a inizio ottobre. Ogniqualvolta la questione climatica appare in prima pagina, il negazionismo climatico – corrente di opinione che si ostina a ostacolare la transizione alle energie rinnovabili e a una maggior sobrietà di consumi sostenendo che non c’è responsabilità umana nel riscaldamento globale, riemerge prepotente. Utilizza luoghi comuni solo in apparenza scientifici, destinati a confondere le idee del pubblico non esperto e immediatamente amplificati da un giornalismo che cerca audience nel conflitto. Si tratta di obiezioni trite e ritrite che la scienza climatologica ha già confutato da decenni: è colpa del sole (che invece è costante), la CO2 è buona e fa bene (alle piante sì, ma non al clima, su cui agisce come il sale nella nostra dieta, utile a piccole dosi, ma tossico se eccessivo), la Groenlandia mille anni fa era verde (un nome “promozionale” dato da Erik il Rosso per favorire l’immigrazione).

Ma invece di perder tempo in queste ripetitive diatribe, val la pena ricordare il silenzioso percorso della vera scienza del clima, poco noto ma consolidato in due secoli di ricerca. Nel 1824 il grande matematico Joseph Fourier spiega l’effetto serra naturale e nel 1859 il fisico irlandese John Tyndall attribuisce alla CO2 il ruolo di gas riscaldante e nel 1896 sarà il futuro Nobel per la chimica, lo svedese Svante Arrhenius, a sostenere che la combustione del carbon fossile iniziata con la rivoluzione industriale avrebbe aumentato la temperatura terrestre. Nel 1938 l’ingegnere inglese Guy Callendar rileva il primo lieve aumento della temperatura globale e dopo la II Guerra Mondiale il fisico canadese Gilbert Plass calcola gli effetti della CO2 nell’ambito di ricerche militari. Nel 1958 i geochimici americani Roger Revelle e Charles Keeling fondano alle isole Hawaii il primo osservatorio della concentrazione di CO2 in atmosfera, trovandone 315 parti per milione, salite a 320 già verso il 1960: Arrhenius aveva dunque ragione e nel 1967 i fisici dell’atmosfera Syukuro Manabe (nella foto) e Richard Wetherald al laboratorio di dinamica dei fluidi di Princeton fanno girare il primo modello computerizzato di simulazione del clima ottenendo un riscaldamento correlato con l’aumento di CO2.

Nel 1979 la conoscenza del problema era matura tanto che l’Accademia Nazionale delle Scienze degli Stati Uniti pubblica il rapporto Charney, dal nome di un illustre meteorologo del Novecento, confermando il rischio di riscaldamento globale per effetto della combustione dei materiali fossili. Viene ignorato, facendoci perdere quarant’anni. Nel 1988 le Nazioni Unite fondano, tramite l’Organizzazione Meteorologica Mondiale di Ginevra l’Ipcc (Comitato intergovernativo sui cambiamenti climatici) con il compito di sancire l’autorevolezza delle fonti scientifiche a conferma del delicato problema. Si giunge così nel 1992 a Rio de Janeiro a formulare la Convenzione quadro sui cambiamenti climatici firmata da quasi tutti i paesi. E mentre il negazionismo continua a spargere fango su questi scienziati oggi la temperatura globale è aumentata di un grado e la CO2 è a 410 parti per milione, valore massimo da 800.000 anni nei carotaggi dei ghiacci polari!

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