RUBRICA - Le impronte del consumatore

Houston, abbiamo un problema!

Patrizio_Roversi.jpg“Houston, abbiamo un problema!” La famosa frase che fu pronunciata in occasione della Missione Spaziale dell’Apollo 13, potrebbe essere oggi pronunciata in coro da tutti noi, soci COOP. Gli Americani allora avevano problemi con la Luna, noi oggi qui abbiamo problemi con la Terra, anzi, con la terra-minuscola, cioè con l’agricoltura.

Il campanello d’allarme l’ha suonato Slow Food, col suo fondatore Carlo Petrini. Il problema è il seguente: noi consumatori vogliamo (dobbiamo, a volte siamo costretti a) pagare la roba da mangiare il meno possibile. Ma gli agricoltori si lamentano che non ci stanno dentro, prendono troppo poco. Da qui l’esempio paradossale sottolineato da Petrini: “Un chilo di carote, che al consumatore costa un euro, ad un agricoltore rende 9 centesimi, meno del costo di un messaggino telefonico”. Girando l’Italia posso testimoniare che è vero, almeno in alcuni casi. Gli allevatori sardi, per esempio, sono costretti a produrre latte sottocosto. E – incredibilmente – anche gli allevatori di bovini padani. I produttori di cereali si son visti calare il prezzo del grano, i produttori di uova biologiche a terra si lamentano ecc ecc. Un dato è certo: se un contadino si limita a produrre la propria materia prima e a venderla all’ingrosso, non ha alcun guadagno, anzi, spesso ci perde. Di qui la necessità non solo di trasformare (cioè non puoi vendere semplicemente l’uva, devi fare il vino; non puoi solo produrre latte, devi farti il formaggio ecc ecc), ma anche di commercializzare direttamente (agricoltori che si organizzano per vendere nei mercatini, o con i Gruppi di acquisto solidale).  Ed è tutto molto faticoso e incerto. Il problema è che se si procede inesorabilmente verso una agricoltura “all’americana” (cioè intensiva, industriale, quantitativa, omologata, speculativa) rischiamo di mangiare roba magari perfettamente conforme alle norme sanitarie, ma molto meno buona e soprattutto più “uguale”. La diversità non è un concetto astratto: fa parte della nostra cultura, del nostro gusto e soprattutto assicura alla nostra economia una risorsa essenziale (in Italia ormai ci rimane solo il turismo e i sapori).

Io l’ho toccato con mano: la COOP fa molto. Cerca di valorizzare e commercializzare i prodotti locali “tipici” e di accorciare la filiera, stringe accordi con i contadini garantendo un prezzo e vigilando sulla legalità, si fa garante dei controlli e della qualità ecc ecc. Tutto vero. Ma – in quanto GDO, Grande distribuzione – deve soprattutto restare fedele alla missione che gli assegniamo noi consumatori, e va a contrattare il prezzo più basso possibile, anche perchè deve reggere la concorrenza con gli altri supermercati. E i risultati comunque sono che le piccole aziende agricole non ce la fanno a reggere, e che per soddisfare questa domanda si importa dall’estero o si induce il modo agricolo ad evolversi (o involversi) verso un modello industriale. Non c’è scampo: tocca a noi consumatori risolvere il problema. Dobbiamo rassegnarci a pagare il cibo un po’ di più. Mica tanto: bastano pochi centesimi, che non fanno sballare nessun bilancio familiare, nemmeno il più magro. Innanzitutto bisogna cominciare ad informarsi, leggere le etichette ma conoscere anche la storia di un prodotto, il come e il dove, il chi lo produce. Conoscere le stagionalità, dell’ortofrutta ma anche del pesce. Entrare nel merito, per consumare meglio e in modo consapevole. Per esempio: se produrre un litro di olio extravergine d’oliva con olive italiane costa 4 euro al sud e 6 al nord, escluso il costo della bottiglia e del trasporto, se lo troviamo sullo scaffale a 3 euro o è una “offerta speciale” motivata, oppure c’è qualche cosa che non va.

Lo slogan “La COOP sei tu” va bene, ma chi è questo tu? Secondo me siamo tutti noi, da chi produce a chi consuma: qualcuno direbbe “consumatori & agricoltori uniti nella lotta!”

Nessun commento

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *