RUBRICA - Italiani brava gente

Fenomenologia della mascherina

Una striscia di 17 centimetri per 9, azzurrognola o colorata, con due elastici. Ci farà compagnia ancora per un po’, il problema è che non sappiamo per quanto, e poi ce la ricorderemo come il simbolo di un’epoca. La mascherina, le mascherine. Dietro c’è un mondo. Proviamo a guardarci dentro.

Noi – qua in Occidente – non le conoscevamo e vederle comparire di colpo ci ha messo addosso un sentimento di estraneità, inquietudine e paura, un “Cosa sta succedendo? Che mondo è questo?”. In Cina, Giappone, Corea invece sono da molti anni un oggetto d’uso comune. Per proteggersi dall’influenza, per respirare un po’ meno inquinanti quando si cammina in strade trafficate o difendersi dalla polvere finissima che arriva dal deserto del Gobi. Sono anche una moda. C’entra l’influenza del taoismo e della medicina tradizionale cinese, dove respiro e buona respirazione sono elementi centrali della salute. Molti giovani giapponesi la mettono come portano gli auricolari: per dire che non hanno voglia di comunicare. La mascherina mette distanza e la usano le ragazze per cercare di evitare molestie sui mezzi di trasporto. Rende più anonime agli occhi del molestatore.

Ma questo era prima del Covid. Adesso, dice il direttore dell’Organizzazione mondiale della sanità: «Indossando una mascherina sul volto mandi un messaggio di solidarietà e di volontà di protezione alle altre persone, soprattutto di quelle più vulnerabili». E qui nasce qualche problema. Perché, si comincia a capirlo dalle ricerche degli ultimi mesi, per molti indossare una mascherina è un’ammissione di debolezza. Perché un virus sconosciuto fa paura e non è facile dirselo. Allora c’è chi prova a fare lo spavaldo, quello sicuro di sé. Vale per far colpo su una ragazza prima che il bar chiuda o per vincere una campagna elettorale che si sta mettendo male. È un atteggiamento più maschile che femminile: è il timore di perdere virilità. La “virilità precaria”: se la senti vacillare devi rimetterti in pari guidando a cento all’ora in una strada tutta curve, bere come una scimmia e fare altre cose pericolose. La studiano alla University of South Florida, noi quello che “fa il grosso” lo conosciamo da molto tempo.

Poi c’è la questione del sorriso, che dietro alla mascherina non si vede. E noi siamo portati a ritenere più amichevoli e affidabili le persone che sorridono. Il venditore di automobili sorride sempre, non è un caso. I nordamericani ancora di più, hanno inventato il dentifricio sbiancante per questo. Con la mascherina è più difficile per i bambini piccoli, che comunicano molto con il volto ed il sorriso, perché a decifrare le espressioni degli occhi si impara un po’ più tardi. Per questo, dice Massimo Ammanniti, ottimo psicoanalista dell’età evolutiva, varrebbe la pena di spendere qualcosa per regalare un po’ di mascherine trasparenti a chi sta intorno al nipotino.

Invece dalle medie in poi si può sfruttare meglio il fatto che con la la mascherina la bocca non si vede: quello interrogato si alza dal banco, muove testa e mani come un fine oratore. Ma sta zitto. Parla quello dietro, leggendo dal libro. La prof, dietro la mascherina, può anche fingere di cascarci. Poi da quattro a tutti e due.

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