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Facebook non vende i tuoi dati, ma chiediti chi li usa e come

Tutti lasciamo ogni giorno moltissime tracce digitali: non solo navigando online, ma quando paghiamo con bancomat, carta di credito o telepass, usiamo una tessera fedeltà, telefoniamo o semplicemente passiamo davanti a una telecamera di sorveglianza.

Presi individualmente questi dati non valgono pressoché nulla; ma analizzandoli tutti insieme si possono estrarre informazioni che generano valore. È la logica dei big data, per cui l’elenco dei libri che ho acquistato su Amazon interessa solo a me, ma Amazon, aggregando le storie d’acquisto di milioni di persone, riesce a suggerirmi titoli interessanti.

Nel caso di Facebook la monetizzazione dei dati avviene grazie alla capacità di offrire agli inserzionisti un pubblico altamente profilato: se una palestra della città in cui vivo vuole promuovere un corso di yoga a donne fra i 25 e i 65 anni, Facebook sa che può inserirmi in questo pubblico; non darà mai alla palestra il mio nome e cognome, ma si farà pagare ogni volta che visualizza il loro annuncio a me o a persone come me.

L’unico caso in cui c’è un passaggio di dati da Facebook a un soggetto terzo è quello delle app: giochi, quiz, servizi online come Spotify o Netflix in cui scegliamo di entrare usando il nostro profilo Facebook: in quel momento Facebook ci avvisa e ci mostra i dati che stiamo condividendo con la app, ma fino al 2014 questo passaggio era molto meno trasparente e le app avevano accesso anche ai dati dei nostri amici. È così che Cambridge Analytica ha raccolto i profili di oltre 70 milioni di utenti (come poi li abbia usati e se sia stato questo il fattore scatenante di certi esiti elettorali, è tutto da dimostrare).

Non possiamo fare a meno di condividere informazioni e dati su di noi, e spesso farlo ci consente di avere servizi e prodotti migliori o di alimentare un patrimonio informativo utile a tutti: pensa ad esempio a come la raccolta dei dati individuali sugli spostamenti consente di avere in tempo reale informazioni sul traffico, che permettono al nostro navigatore di suggerirci il percorso migliore in questo momento.

Ma è necessario che abbiamo una maggiore consapevolezza di chi possiede i nostri dati, come li usa, e che ragioniamo insieme su quali usi vogliamo consentire o vietare come società.

Giornali online Quali dati raccolgono su di noi? E di cosa dovremmo preoccuparci davvero? Sul caso Cambridge Analytica tutta la stampa, nazionale e internazionale si è scagliata all’attacco di Facebook; tanto da far nascere il sospetto che la motivazione fosse soprattutto il risentimento verso chi ha sottratto loro gran parte del tempo e dell’attenzione del pubblico.

Ma gli stessi giornali online raccolgono e trasmettono ai circuiti pubblicitari, e spesso allo stesso Facebook, i dati dei lettori, con un controllo ancora minore sul loro uso.

Su Valigiablu due approfondimenti su quali nostri dati raccolgono i giornali online (http://bit.ly/DatiRaccoltiOnline) e su come rischiamo di focalizzare l’attenzione su un aspetto secondario e controverso (la regolamentazione delle piattaforme online) perdendo di vista il problema di fondo del controllo che dovremmo avere sui nostri dati (http://bit.ly/QualeControlloSuiDati).

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