RUBRICA - Le parole per dirlo

Facciamo ripartire la cultura

«O Alcinoo potente, fra le tue genti illustre, certo è bello ascoltare un cantore com’è costui, che ha la voce simile a quella di un dio. Io dico che non esiste cosa più bella di quando regna la gioia tra il popolo e nella sala i convitati, seduti l’uno accanto all’altro, stanno a sentire l’aedo; sono pieni i tavoli di pane, di carni, e vino attinge dalla coppa grande il coppiere per versarlo nei calici. Questa a me sembra, nell’animo, la cosa più bella». (Odissea, IX, 2-11; trad. M. G. Ciani)

La stagione estiva per artisti, teatranti, musicisti, ma più in generale per tutte le categorie di lavoratori che operano nel campo della cultura e dello spettacolo è la stagione lavorativa più intensa dell’anno; quella in cui di preferenza si concentrano la maggior parte dei Festival dedicati, le rassegne di incontri con gli autori, i concerti e gli spettacoli all’aperto.

È una stagione alla quale ci si prepara per tutto l’anno e che sappiamo sarà stancante, frizzante, girandolona, piena di eventi ai quali partecipare, di trasferte, letti d’hotel sconosciuti, treni, aerei, taxi, pranzi e cene in ristoranti all’aperto in compagnia degli altri ospiti e del pubblico. Saranno giorni e serate di strette di mano, scambi di email e numeri di telefono, aneddoti buffi che poi racconteremo per i prossimi anni. Mentre scrivo queste pagine sta per partire il primo Salone del Libro di Torino della storia su piattaforma digitale, con la partecipazione delle librerie. Andrà bene, come le tante dirette streaming che abbiamo fatto o ascoltato finora. Siamo stati inondati da una quantità di contenuti culturali da non riuscire a tenere conto di tutto ciò che ci sarebbe piaciuto seguire. Magari avevamo lo smartworking, i bambini o gli anziani da seguire e gli orari si sovrapponevano.

Le questioni che la ripartenza getta sul piatto sono tante, adesso, anche in questo ambito per cui un concerto, un festival, uno spettacolo, una rassegna, necessariamente fanno convergere moltissimi corpi in uno spazio circoscritto e la loro stessa essenza è fatta proprio da quell’aggregazione di persone che partono da posti diversi per convergere su una passione comune. Ci vorrà tempo per poter immaginare di entrare di nuovo in un teatro lirico, con la beata incoscienza di prima, ci vorrà tanto per rivedere i cori maestosi dell’Aida, immaginare un concertone da centinaia di migliaia di persone, ci vorrà tempo e chissà, forse per un po’ non ne avremo voglia e le prime volte che ci ricapiterà saremo spaventati, goffi, insicuri. Occorre ovviamente e trovare delle modalità che ancora non sono mai state immaginate perché cultura e arte hanno bisogno di muoversi nelle città, nelle piazze, lungo le strade, nei parchi pubblici, hanno bisogno di luoghi e corpi. La cosa importante è che le istituzioni si impegnino, in termini economici e di sostegno e non facciano passare l’idea che senza teatri, senza cinema, senza festival dove la gente possa scambiare idee possiamo vivere benissimo lo stesso, perché non è così. La civiltà umana si è formata anche in questi spazi, attraverso il rituale della condivisione di storie, leggende, note, saperi e nel rito quasi orgiastico dell’incontro tra sconosciuti che si emozionano e vibrano gli uni accanto agli altri, mente e corpo.

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