RUBRICA - Italiani brava gente

E l’olio delle patatine divenne plastica

Fritto è buono tutto: è questo il problema. Perché a noi umani piaccia così tanto qualsiasi cosa fritta, di preciso, non lo sa nessuno. Si ipotizzano diversi fattori. C’è chi dice che il grasso del fritto faccia scattare nel nostro cervello, quello che è rimasto indietro, l’antica connessione di quando vivevamo nelle caverne: molte calorie-maggiore probabilità di sopravvivenza. Forse c’entra il ruolo di qualche proteina e anche il rumore croccante che fa una bella patatina fritta. Il dottor Massimiliano Zampini dell’Università di Trento e il suo collega Charles Spence di Oxford, hanno modificato elettronicamente il suono di una patatina fritta dimostrando per sempre quanto un bel “croc” dia soddisfazione. E faccia voglia di mangiarne un’altra. Era il 2008 e per i loro studi presero un Ig-Nobel, il premio per le ricerche più strane, divertenti e un po’ assurde.

Fatto sta che 4.500 anni fa, in Egitto, l’umanità ha cominciato a friggere e non ha più smesso. Friggono tutti i popoli del mondo. Friggono moltissimo gli asiatici e i nord americani. Ogni giorno – tolte dalla padella le cosce di pollo, i wanton, i gamberetti, patate e patatine, pesci di ogni tipo e verdure tutte – rimangono un miliardo di litri di olio esausto. Sono tanti: come una sorgente di olio fritto che butta 41 milioni di litri all’ora, 11mila e passa al secondo. Una marea. Una marea unta. E solo in Asia e Nord America. Panelle, crocchè, arancine, melanzane e milza – quella fritta nello strutto a Palermo – sono da contare a parte.

Questo mare di olio esausto va smaltito. Altrimenti finisce nell’ambiente, inquina, puzza. Smaltirlo costa. L’olio del fritto è un problema serio. Per una società geniale, si chiama Bio-on e sta in Emilia Romagna, è diventato una risorsa. Loro producono da anni bioplastiche di alta qualità. Materiali uguali a quelli che vengono dal petrolio ma biodegradabili: non inquinano, non restano nell’ambiente. Le loro “materie prime” sono melassa di barbabietola e di canna da zucchero, scarti di frutta e patate, carboidrati di vario tipo, glicerolo. Tutti prodotti residui, in una processo che – alla Bio-on ci tengono a specificarlo – «non è in competizione con le filiere alimentari». Adesso hanno iniziato a fare buone bioplastiche con l’olio da frittura. «È il risultato di due anni di ricerche e permette di attingere alle enormi quantità di questo prodotto di scarto», dice Marco Astorri, fondatore e amministratore delegato.

Il biopolimero, naturale e biodegradabile al 100%, lo hanno brevettato. È la prima volta che la fonte di carbonio che alimenta il processo produttivo della bioplastica è di natura lipidica. Lo hanno chiamato Minerv PHAs.

L’olio esausto da frittura subisce un trattamento preventivo e poi i batteri se lo “mangiano”. Poi “digeriscono” e ne esce una plastica che ha le stesse proprietà termo-meccaniche di quelle tradizionali e va benissimo in tutti gli utilizzi: imballaggi generici, imballaggi alimentari, per gli oggetti di uso comune, l’abbigliamento, le parti di automobili. Ancora non sappiamo se ai batteri della Bio-on piace di più l’olio delle patatine o quello del fritto di paranza. Indagheremo.

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