RUBRICA - Le parole per dirlo

Dove sono finiti i bambini?

C‘è uno splendido, straziante film del regista di origine armena Atom Egoyan che si intitola “Il dolce domani”. È del 1997 ed è tratto da un altrettanto splendido e straziante romanzo di Russel Banks. In una cittadina dello stato di New York, la comunità subisce una tragedia inconcepibile: lo scuolabus che trasporta i bambini del paese ha un incidente e sprofonda in un lago ghiacciato. Tutti i bambini, tranne una, perdono la vita. Cosa succede a una comunità nella quale non ci sono più bambini? È una domanda alla quale dare risposta è difficile e può accadere anche non ci sia bisogno di una tragedia per provare a porsela.

Mi perdonerete per questo attacco angosciante, e per il parallello azzardatissimo che sto per fare, ma se guardiamo i dati Istat relativi al 2019 sulla natalità nel nostro Paese, ci accorgeremo che il bilancio demografico (come si racconta  nei servizi in queste pagine) è in caduta libera e lo è da anni. Dall’inizio degli anni ‘80 a oggi il numero di minori residenti sul territorio è sceso di oltre 10 punti. Per chiarirci: i minori in Italia rappresentano il 16% circa della popolazione, quasi un niente. Il numero di bambini iscritti all’anagrafe al 31 dicembre 2019 ammonta a 420.170: “il numero più basso dall’unità d’Italia.” Se avevamo pensato che gli stranieri in arrivo nel nostro Paese lo avrebbero compensato non è così, anche loro si stanno adeguando.

In una società che sembra proprio non avere al centro della propria idea di sviluppo famiglie e diritti d’infanzia e adolescenza non è che la gente abbia tutta questa voglia di mettersi in gioco con la riproduzione. Paura del futuro, insicurezza economica e lavorativa, disparità di genere. Tutte questioni pesanti che durante questi durissimi mesi del 2020 si sono fatte ancora più evidenti. Ma la questione resta: com’è e soprattutto come sarà una società dove la gran parte della popolazione è composta da anziani?  Non è un quadro entusiasmante e fa riflettere: questo dato demografico sembra quasi legittimare il fatto che i più giovani hanno poca voce in capitolo riguardo a tutto, nelle agende politiche vengono sempre per ultimi, a parte quando li si prende in considerazione come “fruitori-consumatori di qualcosa”, qualcosa per il quale vengono poi puntualmente sgridati o accusati.

Potrebbe sembrare la trama di un romanzo distopico: un mondo popolato di anziani, dominato da assilli di salute che riducono il quotidiano ad estenuanti conversazioni riguardanti acciacchi vari. Non ho nulla contro le persone anziane, sia chiaro, porto loro rispetto e penso siano degne di tutte le cure e le attenzioni – io stessa, incredibilmente, come passa il tempo signora mia, non posso certo considerarmi giovane – ma questo scenario, anche pensando a mio figlio di otto anni, un po’ di paura me la mette. Il film di Egoyan si ispirava alla fiaba “Il Pifferaio di Hamelin”: il Pifferaio Magico che per una vendetta contro il villaggio, con la sua musica incanta tutti i bambini e se  li porta via con sé, per sempre, in una caverna. Il finale ha parecchie varianti, alcune più tragiche, altre di speranza. Non so, la mia sensazione è che anche se sono pochi, i bambini e i ragazzi dovrebbero venire prima di tutti gli altri. Russel Banks  in un’intervista aveva dichiarato: «L’America è in uno stato di crisi profonda, antropologica, in cui le istituzioni di base (famiglia, scuola, chiesa, villaggio, comunità) sono crollate le une dopo le altre. Con la perdita dei nostri bambini, l’avvenire passa dietro di noi, e ci lascia di fronte al dolce domani illusorio». Forse conviene cominciare a pensarci seriamente.

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