RUBRICA - Le impronte del consumatore

Ci vuole un seme. Sì ma da dove viene e di chi è?

Semina.jpgAvete presente la vecchia canzone di Sergio Endrigo, su una filastrocca di Gianni Rodari: “Per fare un albero ci vuole un seme, per fare un seme ci vuole un frutto…”? Io credo che sarebbe ora che noi –  consumatori di frutta&verdura&cereali – facessimo mente locale su tutta la filiera dei semi.

Da dove vengono e come e da chi sono fatti i semi che poi producono quello che mangiamo? Non è un problema che non ci riguarda, anzi! E purtroppo di questi temi si sa, in generale, poco o nulla. E quel che si sa spesso dipende da dibattiti assolutamente ideologici, cioè di principio, che non entrano più di tanto nel merito. Ma su questi temi, in Europa, si sta discutendo accanitamente, e da queste decisioni dipende in pratica il futuro della nostra agricoltura, quindi della nostra alimentazione quindi-quindi della nostra economia, quindi-quindi-quindi della nostra salute…

Avete presente il contadino con un sacco di semi sulla pancia, che li sparge con bel gesto agricolo nei solchi della sua terra? Era la sigla di A-come-Agricoltura, è ancora il primo fotogramma della sigla di Linea Verde. Bene: quel gesto non c’è più. E non solo perchè adesso si semina a macchina, ma perchè non ci sono più quei semi. Una volta il contadino raccoglieva, metteva da parte un po’ di sementi per ripiantarle l’anno dopo. Magari faceva innesti e incroci (coi semi come con gli animali allevati) per selezionare le cose migliori, magari si scambiava sementi (e animali) col vicino.

Adesso non si fa più, non si può più fare: tutti i semi devono essere certificati, controllati. E forse questo è un bene. Ma il fatto è che adesso i semi vengono anche brevettati, e prodotti più o meno artificialmente. E magari anche questo è un bene. Perchè in questo modo si selezionano piante sempre più produttive ed efficienti e soprattutto controllate, che garantiscono un prodotto a sua volta omogeneo, che può trovare collocazione sul mercato.

Viceversa la selezione “artigianale” di un seme potrebbe riservare delle sorprese, cioè dare dei frutti diversi, in cui magari salta fuori il carattere di una pianta-bisnonna, col risultato che poi è difficile venderli. Però il vecchio Carlo Marx, tra le tante cose, ne diceva una molto importante: sarebbe bene che ognuno fosse padrone dei suoi mezzi di produzione. E certamente il seme (o la piantina) per un agricoltore è il “mezzo di produzione” per eccellenza.

Ma oggi, da dove vengono i semi? Chi li produce? Chi li vende? In parole povere potremmo dire che oggi i semi si “fanno” in laboratorio, derivano da processi genetici. E questi processi innanzitutto possono essere “naturali” o “modificati”. Naturali vuol dire (sempre in soldoni) che si fanno incroci, selezioni, esperimenti per migliorare il prodotto, semplicemente accelerando e controllando un processo che è quello che i contadini fanno da secoli, creando degli ibridi “ecocompatibili”, cioè ibridando piante con piante.

Se invece si modifica il DNA innestando specie diverse, allora si parla di Organismi Geneticamente Modificati, i “famigerati” OGM. In ogni caso chi crea un nuovo seme poi lo brevetta, lo consegna a degli agricoltori specializzati (i “moltiplicatori”) che coltivano appunto piante da seme, li riproducono in quantità industriali e poi li riconsegnano ai committenti (gli “inventori”) che li vendono ai contadini, che pagano il seme e in più i diritti del brevetto e che, ogni anno, devono ricomprarsi le sementi che in genere sono ibride e quindi sterili e non si riproducono, e comunque non converrebbe riutilizzarle. E – Nota Bene – questa filiera (che non riguarda solo i semi o le piantine, ma anche i trattamenti, i fitofarmaci e a volte anche la commercializzazione successiva dei frutti) può essere pubblica o privata, nazionale o “straniera”, cioè multinazionale.

In pratica: la ciliegia di Vignola IGP è il frutto (letteralmente) di una sperimentazione dell’Università di Bologna, che la affida agli agricoltori di Vignola per la sperimentazione/selezione, poi vende i risultati a prezzi controllati, diciamo a “filiera corta” e il margine lo reinveste in altra ricerca. In altre situazione (per esempio il CRA) sono le associazioni dei coltivatori (per esempio di asparagi) che commissionano la ricerca, in parte pubblica e in parte privata. Ma in moltissimi altri casi (per esempio il pomodoro, il nostro prodotto tipico-che-più-tipico-non-si-può!) tutto viene da aziende private magari olandesi, magari israeliane.

E a quel punto parlare di tipico, parlare di controllo economico dei mezzi di produzione diventa difficile. Sugli OGM poi il dibattito verte sul fatto che facciano male o meno. Per i prossimi 30 anni faremo fatica a saperlo, ma quello che sappiamo già è che le multinazionali che li producono spesso tendono a legare il coltivatore ad un rapporto economico-produttivo rigidissimo, ad una sorta di dipendenza. E, in generale, questa corsa al prodotto razionale-sintetico-regolare-commerciabile tende ad azzerare comunque quella che è la nostra vera ricchezza: la diversità. Che vuol dire tipicità, varietà, rapporto col territorio, risultato della tecnica agricola di un luogo e di un dato agricoltore, legata a sua volta alla trasformazione del prodotto stesso e quindi alla gastronomia, alla cultura, al gusto ecc ecc. Che poi sono le cose che interessano a noi consumatori. Come volevasi dimostrare: per mettere in tavola un piatto, ci vuole un seme.

(23 giugno 2014)

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