RUBRICA - Le impronte del consumatore

Carnivori od erbivori, un dilemma da risolvere informandosi

Patrizio_Roversi.jpgRileggendo il primo pezzo che ho scritto per questa Rubrica mi son fatto paura da solo: infatti vi ho promesso di affrontare un sacco di temi molto complicati, di fronte ai quali però ho subito confessato la mia inadeguatezza. Più che dare soluzioni vorrei istigare tutti quanti a porsi domande, a iniziare ad esplorare la complessità dei problemi senza pigrizie mentali.

La prima domandona suonava più o meno così: “Per salvare il Pianeta dobbiamo diventare tutti erbivori?”. Partiamo da alcuni presupposti. Le vacche, e in generale i bovini, sono ruminanti che scoreggiano moltissimo, emettendo circa il 15-18% dei gas serra (dice la FAO). In pratica un chilo di carne “consuma” come una automobile che fa 250 chilometri. L’allevamento utilizza l’8% dell’acqua del Pianeta (pare che per produrre un chilo di carne servano circa 15.000 litri d’acqua, se si calcola tutta la filiera, dall’irrigazione del campo che produce il foraggio in poi) e influisce col 17% di pesticidi e antibiotici. Senza contare l’inquinamento delle cosiddette deiezioni animali (un modo fine per definire la Cacca & C) e i problemi connessi al loro smaltimento. In effetti questi dati ci dicono in sintesi che la carne consuma molto e noi consumiamo molta carne: un italiano mangia in media 87 chili di carne all’anno, di cui un terzo bovina. E c’è chi ne consuma anche di più: sembra che un Inglese nell’arco della sua vita si mangi 8 manzi, 36 pecore, 36 maiali e 550 polli! Che si possa consumare meno carne – spiace per tutti coloro che nel mondo lavorano all’interno della filiera dell’allevamento – pare ormai scontato.

Ma con questo si deve concludere che la carne fa male al Pianeta? Bisogna diventare per forza vegetariani? Purtroppo la risposta, secondo me, non può essere univoca: dipende. A parte il tema nutrizionistico (la carne fa bene o fa male, e quanta è giusto mangiarne?), che non stiamo affrontando ora, l’ecocompatibilità della dieta carnivora dipende da come sono allevati gli animali. Io ho visitato allevamenti di bovini  (Chianine, Angus ecc), suini e ovini, sparsi un po’ in tutta Italia. Un conto sono gli allevamenti intensivi, in cui l’animale viene praticamente immobilizzato in un box e nutrito con insilati di mais o di soia, a loro volta coltivati e trattati con metodi “industriali”, e un conto sono gli allevamenti “tradizionali” (che oggi magari diventano i più innovativi) in cui l’animale è allevato in modo brado o semi-brado (cioè è libero sul pascolo) con grande attenzione al “benessere animale”, che è diventato un elemento essenziale per produrre meglio (e accedere ai contributi).

Partiamo dai terreni utilizzati per l’allevamento: nel caso degli allevamenti liberi, in genere si utilizzano terreni di collina o di montagna, o comunque terreni detti “marginali”, sui quali sarebbe difficile coltivare altro, per cui non c’è spreco di terra, anzi. E’ stato dimostrato che con questo tipo di allevamenti il terreno viene compattato dagli animali, con meno frane e smottamenti: in montagna ad esempio le greggi sono l’unico modo per tener pulite zone dove sarebbe impossibile intervenire diversamente. Un terreno su cui insiste un allevamento libero si fertilizza con le deiezioni animali (quindi il problema del loro smaltimento diventa una risorsa) e ad esempio aumentano i lombrichi. Rispetto a terreni coltivati a cereali, i pascoli rendono le falde e i canali più puliti, e favoriscono l’habitat di fauna selvatica, uccelli e insetti, che sono a loro volta preziosi per realizzare la cosiddetta “lotta integrata” ai parassiti (in pratica un metodo in cui si usa meno chimica). Un pascolo poi, a sua volta, immagazzina CO2, mitigando l’effetto serra dell’allevamento stesso. Infine, per noi consumatori, questi allevamenti producono una carne più sana, senza il classico effetto della bistecchina piena d’acqua che la cuoci e si ritira nella padella! E con animali come questi si può tranquillamente cucinare il famoso “quinto quarto”, cioè tutto ciò che non è per forza filetto, le parti meno nobili ma non per questo meno buone della bestia.

Ma come si fa a sapere come è stato allevato il manzo che stiamo cucinando? Leggendo l’etichetta, informandosi, chiedendo al macellaio. Diventando, appunto Consum-ATTORI consapevoli.

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