RUBRICA - Le parole per dirlo

Il tempo della Rabbia

Alcune settimane fa sono stata a Macerata per un piccolo, bellissimo Festival che si chiama i Giorni della Merla. E’ stato prima dei drammatici episodi di cronaca avvenuti in quella città che hanno poi tenuto banco su tutti i media e nel dibattito elettorale (aggiungo che quindi, al momento in cui scrivo, non conosco gli esiti del voto alle elezioni del 4 marzo). 

La mattina dopo l’incontro cui ho partecipato, mi sono ritrovata ad ammirare il soffitto affrescato della Sala dell’Eneide di Palazzo Buonaccorsi che raffigura le nozze di Bacco e Arianna (nella foto). Che paradiso di bellezza, ho pensato.

Poi mi è venuto in mente il “povero” Minotauro. L’essere metà uomo e metà bestia, con la testa di toro, che Arianna aveva contribuito a far uccidere (grazie all’idea del gomitolo rosso per uscire dal labirinto). Feroce, dominato dall’istinto, dalla “matta bestialità”: Dante, nella Divina Commedia, fa apparire il Minotauro nel Cerchio dei violenti, quelli che hanno peccato contro il prossimo e che stanno a mollo nel sangue bollente del fiume. Sta di guardia, in preda a una rabbia cieca, un’ira che lo consuma e lo spinge a mordersi da solo. Non avrei mai immaginato, ovviamente, cosa sarebbe accaduto a Macerata di lì a pochi giorni, e la visione mentale del fiume di lacrime trasformate in sangue bollente mi è riapparso alla mente e non mi lascia. È un posto orrendo, quel fiume di sangue a nome violenza, a nome odio, a nome rabbia. Mordere gli altri, e intanto mordere noi stessi. Dovremmo aver paura, più di tutto, di trasformarci in mostri-testa-di-toro agiti dalla furia. A me non succederà mai, ci si dice. Eppure, potrebbe succedere, succede. Siamo nel tempo della Rabbia. Ci impegniamo abbastanza per non permettere a chi ha responsabilità politiche ed educative di spingerci a provarne più di quanta già non ne proviamo da soli? Ci domandiamo quanto, chi soffia per ragioni politiche sull’ira cieca e infuoca la rabbia abbia delle responsabilità? Se un uomo di 28 anni, incensurato, se ne esce di casa armato e va a sparare (per senso di giustizia, secondo lui, per vendicare l’atroce morte di una ragazza per la quale è stato arrestato un pusher di origine nigeriana) e spara a caso, nel mucchio, su persone di colore, poi, avvolto in una bandiera tricolore fa il saluto romano prima di essere catturato, cosa dobbiamo dirne? Che è solo un folle e il suo è un gesto isolato, quindi zitti tutti? Che è un fascista? Un simpatizzante neonazista?    

Possiamo dirne che è un cittadino “esasperato dall’immigrazione fuori controllo” e dunque, come fanno alcuni, giustificarlo o peggio ancora, legittimarlo? Teniamo fermo il fatto che certi gesti, in qualche modo giustificati o peggio, legittimati, possono diventare degli atroci spartiacque: argini che crollano aprendo brecce ad altri atti simili. Forse, quell’uomo è un Minotauro, che in preda all’ira cieca ha divorato altri divorando se stesso. Chi l’ha fatto diventare così? Ho pensato a tutti i bambini e i ragazzi che sono rimasti chiusi dentro le scuole di Macerata, quel sabato, a tutti i bambini e ragazzi ai quali andrà raccontato cosa sia successo e che non si accontenteranno di una spiegazione sola, univoca, e che saranno tormentati a lungo da incubi e domande cui è difficile dare risposte semplici. Il razzismo non è giustificabile, non è legittimo. La furia cieca non è (quasi mai) giustificabile e non è (mai) legittima. Non si può più stare zitti. Tocca trovare delle risposte e che non siano fatte solo di parole per uscirne vivi, avendola vinta sulla furia cieca.

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