La parola pandemia deriva da greco pan-demos, cioè “tutto il popolo”: i dizionari ci spiegano che si tratta di una malattia epidemica che, diffondendosi rapidamente tra le persone, si espande in vaste aree geografiche su scala planetaria, coinvolgendo gran parte della popolazione mondiale nella malattia stessa o nel rischio di contrarla. Nel secolo scorso e in anche in questo, il genere umano ha conosciuti già virulente pandemie, oltre a quella  imputabile al Covid-19 che ha isolato in casa milioni e milioni di persone in tutti i paesi del mondo e causato migliaia di morti.

Come è potuto accadere di nuovo? Al di là delle ipotesi sulla fuga del virus dal laboratorio cinese, ipotesi mai suffragate da prove, quello che sappiamo è che il Covid-19 con ogni probabilità e alla pari di altri micidiali focolai epidemici degli ultimi anni, è nato nei pipistrelli. Si tratterebbe, insomma, di una zoonosi, o spillover, ossia trasferimento di malattie dagli animali all’uomo: un evento frequente, visto che nel 70% dei casi  le malattie umane sono causate dalla trasmissione degli animali che trasportano patogeni quali batteri, virus, parassiti, e nel 60% questi animali sono di origine selvatica. D’altronde anche la peste bubbonica, che nel Medioevo uccise un terzo della popolazione europea, fu trasmessa alla nostra specie dalle pulci dei ratti infettate da un batterio.

La novità che è che nel corso di questi ultimi decenni siamo diventati davvero ospiti perfetti, per i virus: siamo cresciuti esponenzialmente negli ultimi decenni arrivando a 7,5 miliardi, siamo diffusi in ogni angolo del pianeta, ci spostiamo con mezzi di trasporto superveloci e viviamo ammassati in città e metropoli. Ma c’è di peggio: negli ultimi anni abbiamo tenuto comportamenti che aiutano i virus ad attaccarci. In ballo c’è il nostro rapporto (sbagliato) con la natura. «È il nostro disprezzo per la natura e la nostra mancanza di rispetto per gli aninali che ha causato questa pandemia», ha detto senza giri di parole Jane Goodall, la celebre primatologa inglese che ha parlato in occasione dell’uscita di un documentario del National Geographic su di lei. «Perché mentre distruggiamo le foreste le diverse specie di animali sono costrette a venire in contatto tra loro e quindi le malattie vengono trasmesse da una specie all’altra». Anche Bill Gates, in un seminario pubblico del 2015 avvertiva che il futuro rischio dell’umanità non sarebbe venuto dalle bombe atomiche ma dalle epidemie globali: «Oggi il più grande pericolo di catastrofe globale non è più la guerra nucleare.  Se qualcosa ucciderà 10 milioni di persone, nei prossimi decenni, è più probabile che sia un virus altamente contagioso piuttosto che una guerra. Non missili, ma microbi».

Il documento del Wwf dal titolo “Pandemie, l’effetto boomerang della distruzione degli ecosistemi” parte dal presupposto che molte delle cosiddette malattie emergenti – come Ebola, Aids, Sars, influenza aviaria e suina, e oggi Sars-coV-2 (Covid-19), «non sono catastrofi naturali ma la conseguenza del nostro impatto sugli ecosistemi naturali». La domanda quindi è: ci sono collegamenti tra le nostre azioni sugli ecosistemi e la biodiversità e le conseguenze che queste hanno sulla diffusione di alcune malattie e quindi sulla salute pubblica? La risposta è sì, ma vediamo perché.

«Il passaggio di patogeni come i virus da animali selvatici all’uomo è facilitato dalla progressiva distruzione e modificazione degli ecosistemi dovuta alla penetrazione dell’uomo nelle ultime aree incontaminate del pianeta e al commercio, spesso illegale e non controllato, di specie selvatiche che di fatto determina a un contatto ravvicinato tra animali e i loro patogeni». Lo studio del Wwf ricostruisce i passagio del virus dai pipistrelli – estremamente sociali e veloci viaggiatori, perfetti quindi per la trasmissione – all’uomo. Probabilmente l’ospite intermedio è stato il mite pangolino, minacciato di estinzione e commerciato illegalmente per le scaglie, usate nella medicina orientale cinese, e per la carne, considerata una prelibatezza. Che l’animale da cui il virus si è originato sia questo o quello, in fondo importa poco: quello che conta è che «dietro la diffusione di questa nuova patologia si nasconde il commercio spesso illegale di animali selvatici vivi e di parti del loro corpo. Questa pratica è veicolo per vecchie e nuove zoonosi e aumenta il rischio di pandemie» dai costi sanitari, sociali ed economici enormi.

E anche il cambiamento climatico c’entra. La previsione dell’Organizzazione mondiale della sanità per il 2030 e il 2050 non lascia grossi dubbi: «Saranno 250mila in più le vittime annuali del cambiamento climatico, che può portare anche a crisi alimentari, migrazioni di popolazione e fenomeni di deforestazione, con grosse ripercussioni sulla salute di tutti, favorendo il diffondersi di malattie infettive – spiega Pier Luigi Lopalco, professore di igiene e medicina preventiva all’Univesità di Pisa e coordinatore scientifico della task force pugliese per l’emergenza coronavirus – La scadenza, 2030-2050, non è tanto lontana, ma comunque virus ed epidemie di danni ne procurano tanti e subito, come è avvenuto in questi mesi. Da qualche decennio aumenta, infatti, la frequenza delle epidemie: non tutte con l’impatto del Covid-19, ma per la maggior parte si tratta di malattie zoonotiche, nate dal passaggio animale e uomo. E l’origine del problema – è ormai assodato – è ambientale, perché ha a che fare con la morsa dell’uomo sulla natura».

Per dirla col Wwf i cambiamenti di uso del suolo e la distruzione di habitat naturali sono considerati responsabili di almeno la metà delle zoonosi emergenti. Come scrive David Quammen nel suo profetico  “Spillover”, «là dove si abbattono gli alberi e si uccide la fauna, i germi del posto si trovano a volare in giro come polvere che si alza dalle macerie». Secondo i dati del Living Planey Report «in poco più di 40 anni il pianeta ha perso in media il 60% delle popolazioni di vertebrati». Se a questo si aggiunge che in 50 anni la popolazione mondiale è raddoppiata, si può capire quanto l’ambiente sia stato compromesso. «Dove è alta la biodiversità – spiega il biologo marino Silvio Greco – dove numerose sono le specie e e gli equilibri non sono intoccati, il virus prosegue la sua vita nascosto. Quando l’azione dell’uomo sconvolge gli equilibri degli ecosistemi naturali, mettendo in difficoltà l’ospite serbatoio, il virus salta di specie e ne trova una nuova dove è libero di replicarsi». Occorrerebbe quindi un radicale cambio di approccio rispetto al nostro modello di sviluppo, al nostro modo di produrre e di alimentarci, se vogliamo evitare prossime pandemie, e capire che la salute dell’uomo e quella della natura sono strettamente connesse. I ricercatori  parlano infatti di “One health”, ovvero di futuro possibile per l’uomo solo in relazione a un pianeta sano.  «Una via d’azione efficace e sostenibile – si legge nel documento del Wwf – dovrebbe quindi garantire il funzionamento naturale degli ecosistemi e la loro attenta gestione, per regolare le malattie, ostacolare la loro diffusione e ridurre così il loro impatto sulla salute umana». Le foreste come anti-virus naturali, insomma. E gli ambienti urbani? Quelli più inquinati ci rendono più vulnerabili. Il rapporto 2018 della rivista medicale The Lancet sostiene che «un individuo che abbia sviluppato problemi di salute a causa dell’inquinamento atmosferico, ad esempio problemi respiratori cronici, a causa di infezione da coronavirus rischia di sviluppare una forma più grave di malattia».

Intanto la Cina ha vietato sul proprio territorio nazionale il commercio di animali vivi a scopo alimentare: una scelta importante ma non ancora sufficiente.  Il traffico illegale di animali selvatici o parti di essi è fiorente, anche escludendo lo scopo alimentare. Cavallucci marini, scaglie di pangolini, ossa di tigre e bile d’orso: tutti rimedi che senza alcun fondamento scientifico continuano ad essere considerati rimedi medicali. Le Nazioni Unite hanno valutato che il business generato da questo fenomeno, che comporta la perdita di biodiversità e aumenta il rischio di pandemie, genera un indotto compreso tra i 7 e i 23 miliardi di dollari l’anno.

Questo business – ci credereste? –  riguarda anche il nostro paese. «L’uccisione, l’abbandono di scarti e la macellazione illegale di cinghiali in Italia, ad esempio, oltre a sostenere un fruttuoso mercato nero – si legge nel sito del Wwf – può contribuire alla diffusione all’uomo di patogeni come la trichinella (un parassita che infesta la muscolatura degli animali) o della peste suina africana, già diffusa in Cina e in molti paesi europei, che può trasmettersi ai maiali domestici, con rischi di impatti economici e sociali elevatissimi. Anche l’abbandono in natura di animali da compagnia o da collezione può causare danni sanitari gravissimi sulle specie autoctone».

Dobbiamo però capire, tutti insieme, che il cambio di rotta dipende principalmente da noi, dalle nostre scelte, dai nostri comportamenti. Siamo disposti a cambiare il nostro stile di vita?

2 Commenti

  1. É assurdo rendermi conto della fine imminente ed inesorabile e non poter fare altro che poche, poche cose nel mio piccolo….. e, tanti e tanti che potrebbero fare e decidere dei cambi di rotta, non fanno….. o peggio, fanno altro…. solo in nome del profitto…… Mah!!!……. Come vorrei che ciò che sento fosse sentito da tutti…. Forse riusciremmo a dare una vita più lunga a questo mondo.

  2. Si fa troppo poco a livello di governi centrali, per ridurre l’impatto dell’uomo sulla natura, sul mare, sugli ecosistemi.
    Qui non è una questione politica o religiosa, è questione si sopravvivenza della specie. Anzi di qualità di sopravvivenza della specie. Bene fa coop a tenere sempre viva questa luce.

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