C’è un nucleo di concetti su cui concordano tutti quelli che si battono davvero e lo fanno sul campo (a cominciare da associazioni, enti di volontariato e sindacati) contro lo sfruttamento, il caporalato e per la tutela dei diritti di chi lavora nella filiera agricola italiana. Un nucleo di concetti che si può riassumere così: a un prezzo giusto ed equo non si arriva inseguendo la logica del prezzo più basso ottenuto a spese dei diritti dei lavoratori agricoli; il prezzo giusto va costruito partendo da un adeguato riconoscimento del lavoro dei produttori e di chi opera nei campi; i consumatori devono essere messi in grado di sapere cosa c’è dietro al prodotto che comprano e c’è un ruolo fondamentale che, in particolare le catene della distribuzione, possono svolgere in questo senso; dunque servono trasparenza e informazione, perché solo da qui possono nascere scelte consapevoli e sostenibili.

In un pase complicato come l’Italia cambiare le cose e sconfiggere davvero il caporalato non è cosa facile e semplice, anche se passi avanti e risultati importanti sono stati conseguiti (a cominciare dalla specifica legge di contrasto varata durante il governo Gentiloni). Continuano però a mancare, a completamento della legge, quelle organizzazioni dei servizi che sono  indispensabili per questi lavoratori spesso stranieri, senza dimora, senza mezzi di trasporto, senza formazione, che devono essere indirizzati e aiutati anche solo a recarsi nei luoghi di lavoro. Ma quel che è evidente è che ai controlli e alla necessaria repressione sul campo occorre assolutamente affiancare molte altre cose, i servizi appunto, ma anche comportamenti consapevoli e responsabili di tutti gli altri attori della filiera, sino ad arrivare a chi acquista nei negozi, che deve chiedere e pretendere prodotti, certo convenienti, ma anche buoni e giusti.

Altro concetto fondamentale da non dimenticare è che non tutti gli attori sulla scena sono uguali e non tutti mettono lo stesso impegno per far cambiare questo stato di cose. E dunque rispetto a generalizzazioni e considerazioni superficiali, che spesso si sentono e omologano tutte le realtà, è bene avere le antenne dritte ricordando che tra produttori come tra industrie o catene della distribuzione ci sono differenze importanti e c’è chi (e lo vedremo dopo in particolare per quel che riguarda Coop) è impegnato da anni perché le cose cambino davvero, mentre c’è chi invece certi problemi se li pone molto meno.

E questo chiama in causa anche le scelte d’acquisto che il consumatore farà: perchè se quando compra penserà solo a spender poco (cosa ovviamente comprensibile in tempi di diseguaglianze crescenti difficili come quelli che stiamo vivendo), quando si troverà a vestire i panni del lavoratore, magari di quella stessa filiera, avrà vita più difficile nel chiedere tutele e diritti.

Quelle accennate sono tematiche a cui, fortunatamente, si sta prestando sempre più attenzione. E c’è una spinta che viene da quei soggetti citati all’inizio (associazioni, volontariato, sindacati, ecc.) che con iniziative di tipo diverso vogliono promuovere una maggiore conoscenza sulla situazione esistente e sollecitare comportamenti virtuosi dei soggetti in campo. Se l’estate è la stagione in cui spesso le vicende legate alla filiera agricola finiscono alla ribalta della cronaca (spesso per situazioni problematiche se non peggio), ciò che conta però è far sì che la spinta a migliorare la situazione continui anche nel resto dell’anno e non finisca nel dimenticatoio.

Un esempio significativo in questo senso è quello dell’indagine “Al giusto prezzo”, giunta alla seconda edizione, che Oxfam (una organizzazione internazionale che si batte contro ingiustizia e povertà) realizza per misurare come si comportano rispetto a quattro temi chiave – la trasparenza e l’accountability, i diritti dei produttori di piccola scala, i diritti dei lavoratori agricoli e i diritti delle donne – le più importanti catene della distribuzione in Italia (Coop, Conad, Esselunga, Gruppo Selex ed Eurospin). Ebbene, nel contesto di un miglioramento generale dei dati, Coop si conferma la migliore in tutti gli ambiti dell’indagine,  mantenendo un netto e significativo distacco rispetto ai concorrenti. Coop migliora il suo posizionamento ottenendo un 40% come punteggio complessivo quando tutti i competitor si posizionano al massimo al di sotto del 30% . In particolare sul segmento trasparenza e accountability Coop sale al 46% (+13% sull’anno precedente), per i diritti dei lavoratori si posiziona al 54% (+12%), per i diritti dei produttori di piccola scala sale al 42% (+15%) e sul tema delle donne le azioni implementate per migliorare la condizione femminile con azioni sistematiche  permettono di raggiungere il 14%.

«L’obiettivo del nostro lavoro e di questo rapporto – spiega Roberto Barbieri, direttore generale di Oxfam – è di evitare che i problemi si scarichino sugli anelli più deboli della catena, che sono i produttori e i lavoratori nei campi. Se la repressione verso chi viola le norme è fondamentale, serve però soprattutto un lavoro di prevenzione dei problemi. E, in particolare, noi chiediamo alle catene della distribuzione di garantire a clienti e consumatori di non diventare complici inconsapevoli di violazioni o illegalità».

Di «mettere i consumatori in grado di sapere cosa c’è dietro a ogni prodotto» parla anche Oliviero Forti, direttore dell’area migranti della Caritas Italiana.

Come spiega Marco Omizzolo, sociologo che da anni si occupa di agromafie (le sue inchieste hanno permesso di sollevare il velo sulla condizione dei lavoratori agricoli nell’Agro Pontino) «nel nostro Paese, queste agromafie muovono 25 miliardi di euro: una montagna di denaro che alimenta i sistemi criminali, compresi quelli che si sono inseriti in qualche filiera». Sul versante della repressione, il piano triennale di contrasto al caporalato varato nei mesi scorsi ha fatto fare grandi passi avanti, ma le vere sfide, sostiene Omizzolo, sono sul lato culturale: «L’alleanza tra consumatori e distribuzione può fare la differenza».

Le filiere agroalimentari sono particolarmente complesse: tanti passaggi non sempre agevolano la trasparenza. Una parte della grande distribuzione (non Coop ovviamente) continua a inseguire il massimo ribasso «con il sistema delle doppie aste all’acquisto di prodotti (un sistema informatico che  mette in gara i produttori e vince  chi fa il prezzo più basso ndr)  rivenduti a pochi centesimi e ricoperti da operazioni di marketing», spiega ancora Oliviero Forti.

In più, proprio nei giorni della crisi del Covid-19 è emersa con maggior forza la necessità di presidiare eticamente la filiera produttiva perché, spiega Elisa Bacciotti, direttrice delle campagne di Oxfam Italia, «nessuno è al sicuro se non lo siamo tutti. E per tanti lavoratori agricoli, costretti a vivere in luoghi fatiscenti e ad accettare situazioni di lavoro ai limiti dello sfruttamento, il rischio di veder peggiorate le proprie condizioni è molto alto».

L’integrazione, la convivenza, la cittadinanza sono dunque questioni di giusto prezzo. «Quando una grande catena si mette in gioco davvero, completa un tassello importante perché non basta contrastare repressivamente il capolarato», conclude Forti. Bisogna fare un passo avanti e «creare le condizioni affinché questo mercato non sia preda di imprenditori senza scrupoli».

E questo, per il responsabile di Caritas, «si fa alzando la soglia di consapevolezza etica tra i consumatori». Una consapevolezza per la cura della “casa comune”.

«La trasparenza deve riguardare tutta la filiera – aggiunge il segretario della Fali-Cgil, Oliviero Mininni – così come il prezzo giusto si definisce partendo dal basso e non dall’alto».

Un prezzo al ribasso favorisce l’incremento delle disuguaglianze. Un giusto prezzo, assunto con consapevolezza dal consumatore si rivela uno stimolo fondamentale per accrescere la responsabilità sociale dei fornitori e dei subfornitori. E per dimostrarsi, come fa Coop, all’avanguardia di un nuovo impegno per una responsabilità al tempo stesso economica, sociale e civile.

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