Un femminicidio ogni due giorni. Secondo le ultime stime, ogni anno in Italia vengono uccise circa centocinquanta donne. Negli ultimi 10 anni le donne uccise sono state 1.740, di cui 1.251 (il 71,9%), in famiglia: l’aggressore è quasi sempre il partner o l’ex partner che colpisce per vendetta, per lo più perché lei se ne sta andando, per gelosia e possessione. Nel 32% dei casi le donne muoiono per arma da taglio, nel 30% l’assassino ha dato fuoco alla vittima per annientarla completamente.

Ci consola sapere che queste cifre dell’orrore sono leggermente in calo? No, ma in effetti lo sono. I dati del Ministero della Giustizia indicano negli ultimi anni una progressiva diminuzione dei femminicidi, ma in questo 2017 – fitto di casi che hanno coinvolto anche ragazze giovanissime – erano già 38 in luglio.

E pensare che il decreto legge contro il femminicidio del 2013 – successivo alla convenzione di Istanbul, pietra miliare nel contrasto e nella prevenzione della violenza contro le donne – ha inasprito le pene e le misure cautelari, introducendo anche l’arresto in flagranza e l’allontanamento dalla casa familiare, nonché pene maggiori quando la violenza viene commessa contro una persona con cui si ha una relazione. E in effetti il più delle volte accade che la donna denunci il suo persecutore, ma che a questa denuncia non faccia poi seguito un intervento mirato a bloccare la mano dell’assassino. «Il problema – spiega Raffaella Palladino, presidentessa di D.i.Re (l’associazione Donne in Rete contro la violenza)– è che le donne non vengono credute. Gli operatori che vengono a contatto con le donne dovrebbero saper riconoscere immediatamente gli indicatori di rischio e agire di conseguenza. Invece registriamo ancora una grande difficoltà e molte volte anche una certa resistenza culturale a mettere in sicurezza le donne, anche per una sorta di complicità maschile e sottovalutazione da parte di operatori uomini che si rifiutano, ad esempio, di raccogliere le denunce o anche semplicemente di dar loro corso, magari minimizzando la violenza o dando la colpa alla donna. Per questo va fatto un grande lavoro anche di formazione degli operatori sia delle forze dell’ordine che sanitari e sociali».

Intanto le donne continuano a morire, come in guerra.  Perché nessuno le salva? Una delle risposte andrebbe anche cercata nella situazione dei centri antiviolenza – dichiara Palladino – «che è molto critica. I veri centri antiviolenza, cioè quelli che fanno un autentico lavoro di genere, sono davvero in difficoltà, anche perché si stanno proponendo come centri soggetti come Ong che si occupano di povertà, o enti del terzo settore attivi in vari ambiti del sociale. I fondi già scarsi, erogati dal governo alle Regioni e spesso da queste, purtroppo, gestiti senza trasparenza, finiscono così in mille rivoli. Le regole dovrebbero essere più stringenti».

Per questo i veri centri antiviolenza sono in grande difficoltà, anche perché per essere davvero di aiuto devono dotarsi anche di case rifugio in cui ospitare le donne e i loro figli al riparo dalla violenza. E inoltre devono poter offrire attività di consulenza psicologica, consulenza legale… Non solo: spesso le donne in fuga perdono il lavoro e dunque c’è bisogno di offrire loro un supporto anche finanziario che può essere più o meno lungo. Le donne che fuggono dalla violenza spesso, hanno bisogno della stessa tutela e della stessa segretezza attorno a loro né più né meno che i testimoni di giustizia. Tutto ciò ha bisogno di risorse.

Perché oltre alla violenza agita fisicamente ci sono poi tante forme diverse di abusi: quasi sette milioni di donne hanno subito maltrattamenti nel corso della loro vita. Violenze domestiche, stalking, insulti verbali, sessismo: tutto nel tentativo di minare l’indipendenza e la libertà delle donne. «Il nostro paese che piange sui giornali, parla di emergenza e chiede la pena di morte per gli stupratori è un paese profondamente ambivalente, arretrato culturalmente. Non riconosce la soggettività femminile, preclude alle donne i luoghi decisionali, ripete continuamente che c’è violenza contro le donne e non fa niente per contrastarla. Il corpo delle donne e la libertà femminile è continuamente strumentalizzata a fini politici: sugli stupri si costruisce l’odio per lo straniero, ad esempio, o si risponde con logiche di sicurezza che nulla hanno a che vedere con la lotta contro la violenza».

Per questo va ricordato e va celebrato il 25 novembre, giorno ufficializzato dall’Onu contro la violenza sulle donne per invitare i governi, le organizzazioni internazionali e le istituzioni a organizzare attività volte a sensibilizzare l’opinione pubblica in quel giorno. E le Coop, sui diversi territori in cui operano, hanno deciso di ricordarlo. Scopri cosa fanno Coop Alleanza 3.0, Coop Liguria, Coop Lombardia per dare il loro contributo alla lotta contro la violenza sulle donne. 

Redazione

Redazione

Nessun commento

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*