Nell’era digitale, quella che ci vede sempre più presi da relazioni, scambi e dialoghi che non contemplano l’incontro fisico tra persone, come sta la partecipazione nel nostro paese? Intendiamo partecipazione in senso ampio, in campo sociale o politico, nell’assemblea di partito, come nell’associazione di volontariato, nella parrocchia come nel gruppo a difesa dell’ambiente. Ed è vero che grazie alla tecnologia si partecipa di più? Oppure, anche per colpa della tecnologia si partecipa meno? La crisi dei partiti e della politica ha fatto crollare la voglia di mobilitarsi oppure proprio questa rabbia ha ridato energia e riempito sale e luoghi d’incontro? E soprattutto, quale che sia la risposta a questi dubbi, come riuscire comunque a tenere viva e rilanciare una dimensione collettiva di confronto e decisione che rinforzi il tessuto sociale e democratico del paese contrastando il rancore anonimo e l’intolleranza che spesso dilagano su Web e social? E in tutto ciò una forma come la cooperazione, che nella partecipazione paritaria dei suoi aderenti, ha la chiave della sua identità, che ruolo può giocare?

Scuserete la lunga serie di quesiti, ma in una società come quella italiana che appare sì in rapido cambiamento, ma anche inquieta e poco propensa all’analisi e all’ascolto, è forse bene ragionare su queste cose e farlo partendo da qualche dato.

Italia, partecipazione in calo «Secondo il nostro osservatorio che raccoglie dati ormai da più di un decennio – spiega Enzo Risso, direttore di ricerca della società Swg e docente di teoria e analisi delle audience all’Università La Sapienza di Roma – oggi in Italia circa il 54% delle persone partecipano a qualche forma di attività nella società. Un 24% partecipa ad associazioni di volontariato o di assistenza, un 23% a partiti, sindacati o nelle istituzioni, un 20% è coinvolto in realtà sportive, un 14% in gruppi culturali, un 11% in associazioni di consumatori e gruppi di acquisto e via via in un ricco elenco. Se poi si guarda al lungo periodo, nell’arco degli anni c’è una tendenza al calo della partecipazione. Per comprendere meglio questo trend è utile rifarsi alle dinamiche all’interno dei sottogruppi che esistono all’interno dell’universo di chi partecipa».

Le indagini svolte da Swg distinguono infatti la società italiana in un 15% di impegnati, cioè coloro che partecipano stabilmente anche in più ambiti (meno a quello politico, ma sono persone che sentono il partecipare come un dovere). Poi c’è un 30% di selettivi, cioè persone che partecipano ma meno di una volta perché hanno selezionato e ridotto le loro frequentazioni. Poi ci sono i delusi, stimati intorno al 17%, molti dei quali hanno smesso di mobilitarsi o che, se lo fanno ancora, privilegiano il Web in una modalità più passiva. C’è infine un 38% di contrari, che non si sono mai mobilitati e che si sentono più lontani dalla sfera pubblica.

«Se guardiamo alle 4 categorie che abbiamo definito – spiega Risso – gli impegnati sono quantitativamente stabili, mentre la tendenza a crescere è negli altri gruppi, specie tra i delusi. È questo che ci porta a vedere un calo della partecipazione nel suo insieme».

Se le difficoltà della politica e dei partiti, così come li abbiamo conosciuti nel secolo scorso, vengono subito in mente, c’è però da dire che ad esempio la mobilitazione intorno a soggetti più o meno nuovi che sono oggi al governo del paese ha fatto crescere la fiducia verso i partiti di quasi 10 punti tra 2017 e 2018 (dal 40 al 49%). Se questa apertura di credito durerà è ancora presto per dirlo, anche perché comunque prevale ancora il 51% che dice di non fidarsi della politica.

Tra il vecchio e il nuovo «Resta il fatto – prosegue Risso – che la partecipazione politica nelle vecchie forme, fatte di incontri, e assemblee, continua a scendere. Anche perché le sezioni di partito e gli spazi fisici ormai non ci sono più. Magari si va di più a eventi singoli, a mobilitazioni tematiche o situazioni episodiche. Da questo punto di vista il Web è un semplificatore importante, un acceleratore che favorisce condivisione e la circolazione di informazioni. Ma va subito aggiunto che gli italiani non sono convinti che ciò possa sostituire la relazione partecipata tra le persone, il bisogno di discutere e quindi le forme più tradizionali di democrazia. Solo il 22% di intervistati dice infatti che la democrazia diretta è la soluzione. Non sono pochi, ma prevale nettamente il 53% di chi continua a scegliere la democrazia parlamentare con meccanismi di delega e persone elette. Poi c’è un 12% che opterebbe per una democrazia parlamentare ma con più poteri affidati all’esecutivo e dunque un po’ semplificata».

Del resto, guardando alle dinamiche e all’evoluzione del confronto politico e sociale degli ultimi anni, non può certo stupire che sul tema delle forme della democrazia e quindi della partecipazione, anche tra gli italiani ci siano idee in movimento.

«Partecipazione è un termine il cui significato è molto cambiato negli ultimi tempi, soprattutto grazie ai social network. Oggi è più facile esprimere in rete la propria opinione e reagire alle opinioni altrui. Si può dire che, se consideriamo l’aspetto quantitativo, la possibilità di partecipazione è aumentata» spiega il professor Adriano Fabris, docente di filosofia morale all’Università di Pisa, anche perché «quello che vale su un piano quantitativo non vale, però, sul versante della qualità. La partecipazione democratica non è la condivisione o meno di un quesito lanciato on line. È, invece, capacità di confrontarsi, anche faticosamente, per giungere a una sintesi. Dunque è vero che la rete mette in questione una partecipazione in senso tradizionale. Ma la condivisione immediata non può sostituire completamente il processo partecipativo attraverso regole, percorsi definiti e forme di delega».

Cooperare è partecipare E all’interno di questo universo problematico e in movimento viene il discorso sulla cooperazione. Come tutti gli anni in questa stagione siamo alla vigilia della stagione di assemblee di bilancio che vedranno, solo per quel che riguarda la cooperazione di consumatori, lo svolgimento di centinaia di assemblee in tutta Italia, con la partecipazione di decine di migliaia di persone (vedi la scheda in queste pagine che spiega come la partecipazione dei soci nel mondo Coop avvenga anche attraverso diversi altri momenti e forme). Certo Coop ha milioni di soci mentre la partecipazione a questi incontri si misura sulle decine di migliaia.

Ma, alla luce dei problemi e delle trasformazioni generali di cui abbiamo parlato, il fatto che ad esempio Coop, oltre a chi partecipa alle assemblee di bilancio abbia più di 4.000 soci eletti all’interno di consigli territoriali di zona rende ancor più significativo uno sforzo di partecipazione di queste dimensioni.

Sforzo che, certo con i suoi limiti e con le sue difficoltà, risalta se si pensa alle difficoltà che, sul piano delle forme più tradizionali di partecipazione, vivono partiti, sindacati e altre organizzazioni.

«Il modello cooperativo – spiega ancora il professor Fabris – è un modello che è sempre stato vincente. È il modello della democrazia vera. Una democrazia deve, infatti, permettere a tutti di esprimersi. Ma quest’espressione, per essere libera, non può venir guidata dalla struttura di specifiche piattaforme. Le assemblee cooperative sono oggi uno dei luoghi in cui questa democrazia vera può essere realizzata».

«Il mondo cambia velocemente, ma dopo oltre 150 anni di storia credo sia del tutto evidente che l’esperienza Coop rappresenta ancora uno straordinario esperimento di democrazia economica e di una impresa partecipata – spiega il direttore generale di Ancc-Coop, Albino Russo – Non so se siamo un caso unico, ma certo noi non siamo un partito o un sindacato. Per questo ritengo non esistano esperienze così significative sul piano imprenditoriale attraverso le quali, nella governance di una impresa, trovano espressione diretta le famiglie, i pensionati, donne e uomini in carne ed ossa che vivono i problemi quotidiani sulla loro pelle. Perché è questo il senso profondo di avere decine di migliaia di persone che partecipano e votano nelle nostre assemblee. E oltre a questo di avere oltre 4 mila soci che vengono eletti nelle varie articolazioni del governo delle cooperative, consigli di amministrazione inclusi. Parliamo di una partecipazione gratuita, frutto del lavoro di tanti che sarebbe un grave errore, se qualche osservatore esterno, desse per scontata. Siamo davanti a un qualcosa che invece scontato non è. Avere assemblee di centinaia di persone che chiedono, discutono e votano non è un rito vuoto».

«Poi, certo – prosegue Albino Russo -, a partire da questa storia, da questa esperienza consolidata la scommessa anche per noi è ampliare la platea di chi partecipa, ragionare anche su nuove forme e modalità di partecipazione e soprattutto coinvolgere le nuove generazioni. Si pensi all’evoluzione che la società digitale propone. Un’ evoluzione che pone problemi e anche qualche rischio: ma è evidente che, in questo contesto, la forma cooperativa, e cioè l’idea di persone che si organizzano per dare risposta ai propri bisogni, è più che mai attuale. Certo per una realtà come Coop, cioè di imprese che hanno raggiunto dimensioni importanti, la scommessa futura è lavorare per avere una governance che sappia allargare ancor più il perimetro della partecipazione e del coinvolgimento nella vita a tutti i livelli delle cooperative».

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