Qualche ministra c’è stata, anche se a volte ha preferito farsi chiamare ministro. Invece, nonostante il succedersi di 67 governi in 76 anni – da quando, cioè, le donne hanno il diritto di voto nel nostro Paese – una presidente della Repubblica o del Consiglio, in Italia, non si è mai vista. Neppure in un film di fantapolitica, uno spot pubblicitario o una fiction tv: l’eventualità che a guidare il Paese sia una donna non si affaccia neppure nella nostra fantasia.

Forse è questo l’esempio che rende lampante la condizione delle donne in Italia, come confermano i numeri in tanti ambiti. Nel Global gender Gap Index del World Economic Forum sull’equità di genere, siamo al 76° posto su 153 paesi censiti, e al 17° sui 20 dell’Europa Occidentale (fanno peggio di noi solo Grecia, Malta e Cipro). Le cittadine italiane arrancano dietro a quelle delle nazioni più avanzate, con posizioni  in netto peggioramento rispetto al 2006 sulla maggior parte degli indicatori di parità. A trascinare in basso l’Italia in fatto di uguaglianza di genere sono soprattutto il tasso di occupazione femminile (appena il 48,5% delle donne tra i 15 e 64 anni lavora, contro il 67,5% degli uomini) e le alte differenze salariali (si stima che le italiane guadagnino dal 5 al 20% in meno dei colleghi maschi, senza contare che  in più si sobbarcano gran parte del lavoro domestico).

In pandemia meno lavoro, più violenza Il mercato del lavoro al femminile sconta una debolezza strutturale che è stata aggravata dalla pandemia. Il 2020, ci dice l’Istat, ha registrato un calo di 444 mila occupati in Italia: di questi 312 mila, cioè quasi tre su quattro, sono donne. Senza considerare le libere professioniste e chi lavorava in nero, priva di contratti e garanzie.

In tante hanno perso l’occupazione e con essa autonomia, reddito, autostima. A volte perfino la vita, visto che l’indipendenza economica è essenziale anche per sottrarsi ad abusi e violenze domestiche. Le lavoratrici hanno pagato molto cara la loro presenza nei settori economici più colpiti dal crollo dell’economia, come i servizi, ma anche la precarietà dei contratti di lavoro e un contesto culturale e sociale che ha imposto ancora una volta alle donne di fare fronte, in gran parte da sole, ai bisogni e alla cura della casa, dei bambini, degli anziani. 

Anche il cosiddetto “soffitto di cristallo” è ancora lì, trasparente, all’apparenza indistruttibile. Eppure, è assodato che una maggiore partecipazione dell’altra metà del cielo al mondo del lavoro sarebbe un beneficio per tutti: si stima che se il tasso di occupazione femminile in Italia fosse uguale a quello maschile, il Pil del nostro paese (cioè la ricchezza prodotta) sarebbe di 88 miliardi in più. Con grandi benefici per i bilanci delle famiglie, la competitività delle aziende, lo sviluppo sostenibile e perfino per i tassi di natalità dell’Italia, sempre più bassi.

Un reddito in più in casa, infatti, è un’assicurazione contro la povertà e un incentivo che, nei paesi più attenti all’equità di genere, consente di dare vita a famiglie più numerose.

Coop, un’insegna in rosa A fare da apripista, per fortuna, ci sono tante donne coraggiose e determinate, che sono riuscite a lavorare, fare impresa ed a entrare nelle “stanze dei bottoni”, e anche aziende e contesti più inclusivi. In Italia Coop è tra i maggiori datori di lavoro femminile: su 55 mila dipendenti delle cooperative aderenti, il 70% è composto da lavoratrici. Sono donne  il 44% dei componenti dei Consigli di amministrazione e di sorveglianza, il 32% delle figure direttive e più della metà dei soci attivi nei territori. «Nonostante le storture di sistema e l’assenza di politiche incisive sul fronte della parità – spiega Maura Latini, amministratrice delegata di Coop Italia – siamo in una posizione avanzata rispetto al contesto esterno. Ora i tempi sono maturi e le cooperative sono pronte a fare di più, consapevoli che i temi della parità e dell’inclusione non sono un problema delle donne, ma una questione di interesse collettivo. È un tema molto ampio sul quale occorre lavorare con più strategie. Una di queste è sensibilizzare l’opinione pubblica e la politica». Due fonti indipendenti ed autorevoli – l’organizzazione internazionale Oxfam e l’Istituto Tedesco di Qualità – hanno assegnato proprio a Coop riconoscimenti sull’inclusione femminile nel lavoro.

Ora nasce la campagna “Close the gap – Riduciamo le differenze”, lanciata per la festa dell’8 marzo, che nei prossimi mesi svilupperà una serie di azioni per sostenere la parità di genere dentro e fuori i negozi: rivolgendosi ai soci e ai consumatori, ma anche a dipendenti, gruppi dirigenti delle cooperative e fornitori.

L’ingiustizia comincia nel carrello Si parte con una iniziativa al tempo stesso concreta e simbolica su un bene di prima necessità per le donne: Coop sposa la raccolta di firme “Stop tampon tax, il ciclo non è un lusso!”, avviata sulla piattaforma Change.org dalle giovani donne dell’associazione Onde Rosa. Dunque dal 6 al 13 marzo, Coop praticherà un taglio del prezzo di vendita su tutti gli assorbenti igienici con una riduzione dell’Iva dal 22% al 4%. Mentre gli assorbenti vivi verde Coop, già con aliquota ridotta, saranno “vestiti” in confezioni che inviteranno a firmare la petizione.

«La disuguaglianza inizia dalle piccole differenze – dice Latini – come quella che si riscontra nella tassazione dei prodotti di igiene e cura: gli assorbenti femminili, bene tutt’altro che di lusso, subiscono un’Iva del 22%, al pari di articoli di abbigliamento, sigarette, vino, che non sono considerati di prima necessità. Quella dell’abbassamento dell’Iva sugli assorbenti non è solo una questione economica, di puro risparmio. La scelta di tassare come bene di lusso un assorbente è prima di tutto un messaggio sbagliato, una discriminazione concreta contro la quale vogliamo dare un segnale». Nella legge di bilancio del 2019 l’aliquota sul tartufo è stata ridotta dal 10% al 5%, mentre il taglio dell’imposta al 5% è stato applicato solo agli assorbenti compostabili e lavabili.

Intanto Francia, Regno Unito e Olanda hanno già ridotto l’aliquota, Canada e l’Irlanda l’hanno abolita e la Scozia, per prima, fornirà gratuitamente gli assorbenti alle sue cittadine.

Un’onda rosa per poter scegliere Secondo le stime di Onde Rosa, che ha promosso la raccolta di firme contro la tampon-tax, ogni donna spende in assorbenti circa 126 euro l’anno. La riduzione della tassa in Italia consentirebbe un risparmio di 23 euro all’anno per ogni consumatrice, da moltiplicare per il numero di donne in famiglia:  «Il differenziale sull’Iva non rappresenta in sé una cifra enorme – osserva Silvia De Dea, cofondatrice dell’associazione   – anche se sulle fasce di popolazioni fragili, monoreddito, con più donne in famiglia, diventa consistente. È un simbolo di ingiustizia che rende chiaro come la disparità e la discriminazione ci circondano anche nelle cose più quotidiane e banali. Promuoviamo l’uso e la conoscenza di tutti i prodotti per il ciclo, non solo quelli monouso: ci sono anche le coppette mestruali e i pads riutilizzabili. L’importante però è che tutte le donne abbiano diritto a scegliere liberamente i prodotti con i quali si sentono più a proprio agio e che sono più adatti a loro durante il ciclo, senza che nessuno di essi sia considerato un lusso».

La campagna ha già prodotto i primi effetti, generando maggiore coscienza sul tema, e pure iniziative spontanee: alcuni Comuni hanno scelto di abbassare l’Iva sugli assorbenti nelle farmacie comunali.

Premiare i fornitori “virtuosi” Le azioni di Coop coinvolgeranno direttamente sui temi della parità molti altri soggetti. Innanzitutto i fornitori di prodotto a marchio: «Insieme a sicurezza alimentare, sostenibilità ambientale e eticità del lavoro, monitoriamo i nostri fornitori anche sui temi dell’equità della remunerazione e delle condizioni di lavoro delle donne – spiega Maura Latini – Le disuguaglianze di genere sono enormi anche a livello di filiere agricole dove le donne troppo spesso sono pagate molto meno degli uomini per le stesse mansioni. Rispetto ai fornitori di prodotti a marchio intendiamo varare un premio annuale destinato a quelle imprese che promuovono la leadership femminile e che possono fare da apripista e da modello per le loro buone prassi sulla parità di genere».

Un futuro “dalla parte delle bambine” Al proprio interno, Coop ha assunto l’impegno di intervenire a tutti i livelli a prestare sempre più attenzione alla uguaglianza di genere nei percorsi di carriera, per avere una maggiore presenza di donne nei ruoli apicali e equità nelle retribuzioni, costruendo una cultura interna inclusiva e paritaria, anche con percorsi di formazione mirati.

Per l’8 marzo, è già nato il volumetto per ragazzi “Mimosa in fuga”, di cui parliamo in queste pagine. Perché, come recitava il titolo di un altro libro celebre, la parità comincia “dalla parte delle bambine”. Il futuro del lavoro sarà loro: le donne, secondo gli esperti di risorse umane di tutto il mondo, sono le prime portatrici di quelle “soft skill” (come capacità di lavorare in gruppo e negoziare, empatia, creatività, abilità nella gestione delle aspettative altrui) di cui tutte le aziende avranno sempre più bisogno e che non saranno sostituite, in futuro, dall’intelligenza artificiale.

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