Le associazioni del commercio (ristorazione e distribuzione) hanno deciso di rilanciare il tema dei buoni pasto con un’azione concreta, stabilendo che il 15 giugno non verranno accettati nei negozi aderenti.
Ma come si è giungi a questa decisione? Partiamo dall’inizio. Il buono pasto permette di realizzare il servizio sostitutivo di mensa: si tratta, infatti, di un documento di legittimazione, in formato cartaceo o elettronico, che dà al lavoratore il diritto di ottenere presso gli esercizi convenzionati (bar, ristoranti, pizzerie, esercizi al dettaglio, GDO, ecc.) la somministrazione di alimenti e bevande o la cessione di prodotti alimentari pronti per il consumo, per un importo pari al valore riportato nello stesso documento. Proprio per questa sua finalità di garanzia di un pasto, è vantaggioso per il lavoratore e per il datore di lavoro in quanto defiscalizzato e decontribuito fino a 8 euro per i buoni pasto elettronici e 4 per quelli cartacei. Inoltre è integralmente deducibile dal reddito d’impresa.

Come funzionano? Il datore di lavoro acquista dalla società emettitrice i buoni pasto attraverso un meccanismo che, nelle gare Consip (la centrale acquisti della pubblica amministrazione italiana), implica uno sconto sul valore dei buoni pasto stessi; dopo di che la società emettitrice stipula le convenzioni con gli  esercenti che – previo pagamento di una commissione (il cosiddetto “sconto incondizionato”) – garantiscono ai lavoratori la spendibilità di tali titoli. I buoni vengono poi rimborsati agli esercenti seguendo però le tempistiche indicate nel calendario dei pagamenti stabilito unilateralmente dalle società emettitrici.

Consip – per massimizzare il risparmio sulle commesse nella valutazione dell’offerta economica – ha reso ormai preponderante il criterio del ribasso sul valore dei buoni pasto, incentivando le società emettitrici ad adottare politiche commerciali che scaricano lo sconto al committente sulle commissioni a carico degli esercizi convenzionati. Basti pensare che nelle ultime due gare Consip gli esercenti si sono trovati a pagare, rispettivamente negli anni 2018 – 2020, in media una commissione del 19,8% e 16,78%. Secondo le associazioni del commercio, tali commissioni non sono più sostenibili. Per ogni buono del valore di 8 euro ne vengono incassati poco più di 6. “Per questo – si legge in una nota delle associazioni – chiediamo una riforma del sistema dei buoni pasto che ci consenta di continuare ad offrire questo servizio tanto importante per i lavoratori”.

Il mercato dei buoni pasto – con un valore annuo di 3,2 miliardi di euro, tra settore pubblico e privato – esercita di fatto una dipendenza economica che costringe le imprese della filiera agroalimentare ad accettare nelle committenze pubbliche commissioni oggettivamente insostenibili. In sostanza, negli ultimi anni, per consentire il servizio sostitutivo di mensa si chiede agli esercizi il pagamento di un supplemento di circa 200 milioni di euro per ogni gara.

Redazione

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