Terremoto_crepa.jpgCostruire ex novo applicando le più recenti norme antisismiche o intervenire sull’esistente? La scelta agli occhi di un privato è molto diversa, a partire dai costi. E troppe sono le variabili per tracciare conclusioni sulla carta valide per tutti. Ma un dato è certo: qualcosa è opportuno fare a “terra ferma” – a prescindere dai fondi del Piano nazionale di prevenzione sismica, avviato nel 2010, stanziati per chi vive nelle aree a più alto rischio – prima che un evento come quello del Centro Italia, in un paese “ballerino” come il nostro (il più sismico d’Europa), scateni più distruzioni di quanto sia lecito attendersi

Sul tema della prevenzione dei danni da terremoto sono allo  studio, intanto, interventi significativi e un cambio di passo che fanno sperare. Il governo attraverso il suo cantiere “Casa Italia” ha messo sul piatto 2 miliardi di euro all’anno per i prossimi 20 anni per agevolare le ristrutturazioni e alzare gli incentivi per i cittadini. Ma è chiaro che per quanto importanti siano, le misure interesseranno soprattutto coloro che abitano nelle aree più dichiaratamente sismiche, classificate come 1 e 2. Già così parliamo di 5,7 milioni di edifici – tra pubblici e privati, residenziali e non – stimati dall’Ance, l’associazione dei costruttori edili, di cui 900mila nei comuni in classe 1, cioè i più esposti. Per tutti questi gli attuali “sisma bonus” – come ha dichiarato il rettore del Politecnico di Milano, Giovanni Azzone, “project manager” di Casa Italia – “devono essere allargati e potenziati perché è evidente che la misura, per come è definita oggi, non è sufficiente”. E come funziona attualmente?

Tra costi e materiali Le agevolazioni sulle spese sostenute per interventi di miglioramento sismico e di messa in sicurezza statica degli edifici, sono riconosciute solo a chi ricade nelle zone ad alta pericolosità (zone 1 e 2 appunto) limitatamente alla prima casa, e sono le stesse (detrazioni Irpef del 65%, spalmate in dieci rate annuali, con un tetto di 96mila euro) in vigore per le ristrutturazioni semplici.

La copertura, del resto, data dalle Regioni è insufficiente, pari a 100 euro/mq per gli interventi di rafforzamento locale (circa la metà del costo), 150 euro per il miglioramento (circa un terzo) e 200 euro per la demolizione e ricostruzione (circa il 15%). Il risultato qual è stato? Che nel triennio 2010-2013, su cui abbiamo dati certi, per quanto riguarda l’edilizia privata sono arrivate 29mila domande di aiuti su circa 10 milioni di unità abitative in zone ad elevata sismicità, di cui solo 2.249 progetti sono stati finanziati. Ma nel 60% dei casi i proponenti (in genere proprietari di edifici unifamiliari) non hanno nemmeno proceduto ai lavori (dati della Protezione civile), mettendosi l’anima in pace.

In attesa che il nuovo piano di Casa Italia maturi e inneschi davvero una rivoluzione culturale – così com’è avvenuto per l’efficienza energetica degli edifici – proseguiamo il ragionamento come se avessimo deciso di mettere mano al portafogli. Oltre ai prezzi di mercato, dovremmo considerare i materiali e il tipo di struttura. Se abbiamo un’abitazione quadrata o rettangolare, con stanze non troppo grandi, diciamo rientrante “nella norma”, senza troppe manomissioni alle spalle, i lavori punteranno essenzialmente a rinforzare la parte strutturale orizzontale e i muri perimetrali, per garantire che le travi siano legate tra loro e non scivolino per le vibrazioni (vedi riquadro sotto).

Se invece avessimo in mente di cambiare casa o di costruirne una nuova, la prima cosa da chiederci sarebbe quale materiale sopravvive meglio ai terremoti. L’ingegner Giuliano Mezzadri del Comune di Ferrara, considerato un esperto in materia, risponde che “se si costruisce seguendo le norme attuali, si può tirare su un edificio in acciaio, in legno o in muratura che va bene lo stesso”. Altri suoi colleghi privilegiano, specie nelle aree più sismiche, materiali particolarmente leggeri ed elastici come il legno che, non a caso, è stato impiegato nella ricostruzione di edifici pubblici e supermercati distrutti nel modenese. Molto credito sta guadagnando una specie di “supercompensato”, tecnicamente legno lamellare a strati incrociati (in inglese Clt, cross laminated timber) che è l’anima di grattacieli ultramoderni sorti a Stoccolma, Parigi e nei pressi di San Francisco.

Caso per caso Ma quando è davvero il caso di muoversi? La regola generale è valutare caso per caso tenendo conto della micro-zonazione sismica e della storia di ciascun fabbricato. La perizia di un tecnico è il primo passo da compiere per stabilire come procedere, una volta che le scosse abbiano lasciato ferite o si abbiano dei sospetti.

Se si chiama un ingegnere strutturista – la figura più indicata per delineare un quadro d’insieme e decidere il da farsi – la spesa da preventivare per un primo progetto di massima è tra i 1.000 e i 2.000 euro. Ed è solo l’inizio. La storia anche più recente conferma che la corsa all’adeguamento sismico delle case non è mai partita. A Ferrara (zona 3, a rischio medio, dunque assumibile a paradigma delle tendenze degli italiani) a quattro anni dal sisma, anzi dal 2010 ad oggi si contano non più di 355 autorizzazioni sismiche per interventi, tra l’altro, sia su edifici pubblici che privati.

Prevenire, insomma, è un principio sacrosanto. Ma le ridotte capacità di spesa degli italiani, la loro insensibilità allorché si tocca il tasto della prevenzione e una colpevole sottovalutazione del problema (unita a carenze legislative), fanno sì che siano state più le parole spese, che non gli interventi fatti. Almeno finora. 

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