Per averla vinta sul caos nell’armadio, il celebre metodo giapponese KonMari di Marie Kondo prevede di affastellare tutti i nostri abiti in un unico punto della casa, esaminare ogni pezzo, decidere cosa non ci dà più gioia stringendolo tra le mani, ringraziare i capi per quello che ci hanno dato, infine far uscire dalla nostra vita quelli che non mettiamo più. Così, riguadagnato spazio, potremo riordinare i nostri abiti in modo pratico e piacevole.
Lykke Anholm vive a Rimini ed è consulente, oltre che unica docente certificata in Italia, del metodo KonMari: un sistema, spiega, che può aiutarci soprattutto nel cambio di stagione. «In Italia si tende ad appendere e stirare quasi tutto. Il KonMari prevede invece che i capi vengano piegati e collocati in contenitori il più possibile. È un sistema molto pratico per il cambio di stagione: basta spostare i contenitori ed è fatta».
Ma è la selezione degli abiti, la parte più importante e per certi aspetti dolorosa del processo. «Anche nell’armadio – spiega – vale il principio di Pareto: il 20% degli abiti sono quelli che indossiamo l’80% delle volte. Mettere insieme tutto ciò che abbiamo in un unico punto è un piccolo choc: tutti ci sorprendiamo della incredibile quantità di cose che possediamo senza rendercene conto. Le mie clienti scoprono sempre di avere almeno due capi mai indossati, ancora con l’etichetta, o decine che non mettono mai, da anni».
La scelta si fa, secondo Lykke Anholm, con il cuore: «Quello che deve guidarci è la gioia. Teniamo solo ciò che ci dà felicità, siamo grati a ciò che ci aiuta, eliminiamo tutto il resto. Gli abiti fanno parte di noi, sono parte della nostra identità: toccandoli tocchiamo noi stessi, sentiamo i momenti belli e brutti in cui ci hanno accompagnato».
Nella pila degli scarti ciascuno scoprirà che finiscono sempre le stesse cose: le maglie di un certo colore o tessuto, i capi che ci hanno regalato e che secondo gli altri ci stanno bene, ma che in realtà non ci piacciono, certe camicie o gonne corte che non ci mettono più a nostro agio, il vestito che abbiamo indossato in un periodo doloroso. «A volte teniamo alcune cose perché restiamo legate a identità del passato o temiamo il futuro. Nei vestiti c’è un po’ della nostra anima. Una mia cliente, neomamma, ha ritrovato i suoi vecchi abiti da ballerina: ha pianto moltissimo prima di lasciarli andare. Invece dobbiamo imparare a relazionarci al presente, alla verità, al cambiamento: chi sono ora? Questo oggetto mi sostiene, mi è utile? Può essere utile ad altri? Chiuso nel mio armadio non serve a nessuno».
Sfoltire è anche un metodo per chiarirci le idee e non ricadere negli stessi errori, comprando cose che non metteremo, e ridurre in via definitiva l’eccesso di abiti. O per riscoprire il lavoro di gruppo: «Ci sono così poche occasioni per fare qualcosa tutti insieme, e questa è un’attività utile, gioiosa, creativa da fare con tutta la famiglia». Non occorre gettare via tutto: «Acquistiamo in modo responsabile anche verso il nostro pianeta e cerchiamo di non buttare – spiega l’esperta –. Se un capo mi piace perché ha un tessuto che amo posso accomodarlo o usarlo diversamente. Io ho trasformato un mio vestito del liceo in un bellissimo cuscino, oggi lo uso tutti i giorni. Gli abiti si possono adattare per farne una gonna, una sciarpa, o riciclare in una coperta patchwork».
Una volta ridotto l’ingombro dei vestiti e scelto il nostro “nuovo” guardaroba, non resta che riporre tutto. Come? «Il metodo è individuale. Chiudiamo gli occhi e immaginiamo cosa vorremmo vedere aprendo l’armadio. È sempre la gioia che deve guidarci. Chi può organizza un armadio estivo e uno invernale. Alcuni ripongono i capi in scatole, altri preferiscono appendere tutto. Chi va sempre di fretta organizza direttamente i completi da indossare giorno per giorno, oppure si possono mettere insieme tutte le gonne, i pantaloni, i vestiti… A me piace ordinare per colore, e anche mettere nell’armadio oggetti personali, che mi fa piacere vedere quando apro le ante. Insomma, organizzare l’armadio è un lavoro creativo, la nostra piccola opera d’arte».

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