L’immagine della famiglia allargata si presta bene a fotografare la nuova televisione, che è molto diversa da quella tradizionale: cambiano, con una certa imprevedibilità e frequenza, gli attori che la compongono, i rapporti, le parentele. Dopo “I Cesaroni” (una serie di grande successo di qualche anno fa), niente è più come prima. Allora c’erano praticamente solo Rai e Mediaset. Ora l’elenco di possibilità sembra quasi “infinito” (Sky, Netflix, ma anche Amazon, Apple, Google, Tim), mescolando tv generaliste, canali a pagamento e offerte web.

E cambia pure la tecnologia che diventerà ultra Hd, con nuovi standard di compressione video Mpeg 4 necessari per liberare, come è stato stabilito a livello comunitario, le frequenze della banda 700 MHz che sarà dedicata allo sbarco della telefonia mobile 5G.

Il 2020 sarà, poi, un anno importante poiché da marzo approderà anche in Italia l’offerta televisiva della Disney, annunciata come l’anti-Netflix. Le serie televisive e le fiction in pochi anni hanno rivoluzionato la proposta d’intrattenimento nei Paesi occidentali. E si prepara, oltretutto, per gli italiani che già ci sono passati una volta, un’altra delicata rivoluzione digitale: a dieci anni dalla prima, da settembre 2021 scatterà la seconda transizione al digitale terrestre, che si concluderà il 20 giugno 2022. Sarà anche l’ultima?

Nonostante lo slittamento della data originaria, che era il 1° gennaio 2020, la volata per il cosiddetto switch-off è comunque lanciata. È partita la campagna informativa e sono partiti i bonus per l’acquisto dei nuovi ricevitori (Tv o decoder Dvb-T2) pur nella solita confusione all’italiana, per cui non è ancora possibile controllare se si hanno a casa televisori idonei o c’è bisogno di adeguarsi (lo spieghiamo più avanti). Intanto, con l’aiuto del professor Augusto Preta, economista dei media e fondatore di ITMedia Consulting, proviamo a vederci un po’ più chiaro nella grande famiglia allargata della Tv e a capire che cosa succerà, almeno a breve.

Lo scontro nella web-Tv Per cominciare, il dato più significativo per il periodo 2019-2021 riguarda la Boadband Tv, cioè la Tv a banda larga (Adsl, fibra ottica, 3G o superiore). Sul XII Rapporto ITMedia Consulting si legge che sarà la modalità primaria di accesso alla Tv diventando, in appena 2 anni, la piattaforma leader insieme al digitale terrestre. Insomma, la televisione senza televisore, vista dal computer o dallo smartphone, è già in mezzo a noi.

L’avanzata dei consumi in mobilità farebbe, poi, pensare a un allontanamento dal piccolo schermo, ma ciò è vero soltanto in parte. Dai dati in possesso di Francesco Siliato, docente di Cultura dei media al Politecnico di Milano, si ricava che «diminuisce il numero complessivo di contatti, cioè di spettatori di almeno un minuto, mentre aumenta l’ascolto medio». E la pay-Tv? Sorpassa per la prima volta nella storia della televisione italiana la Tv in chiaro, e resta la prima risorsa del mercato, ma sono i contenuti video a scalare le posizioni. Entro il 2022 gli analisti prevedono che il traffico video sarà maggiore di quanto se ne sia mai generato nei complessivi ultimi 31 anni dalla nascita di Internet, grazie anche all’arrivo del 5G e all’ingresso di nuovi operatori globali.

Tra questi ultimi spicca il nome –come si diceva – di Disney Plus. La major americana sbarcherà in Italia e in altri Paesi d’Europa il 24 marzo, lanciando la sua sfida globale a Netflix a suon di cartoni animati Pixar, supereroi Marvel, Star Wars, documentari National Geographic e anche contenuti per adulti grazie all’acquisizione della Century Fox e al controllo di Hulu, il principale avversario di Netflix su scala planetaria quanto a estensione di catalogo e capacità di investimenti.

Spingendo anche sulla leva delle tariffe, Disney Plus (già 30 milioni di abbonati nel mondo prima dell’arrivo in Europa) proverà l’assalto alla web-Tv che vede confrontarsi Prime Video di Amazon, Now Tv di Sky, AppleTv+, Tim Vision e altri con in testa il gigante Netflix, che con i suoi 2 milioni di abbonati in Italia (167 nel mondo) ha segnato la nuova era dei servizi on demand, cioè su richiesta: nel 2023 si prevede che saranno complessivamente 1,4 miliardi i sottoscrittori di tali servizi sul pianeta. Gli italiani che fanno streaming da Tv connesse sono oggi 24 milioni (report Digital 2019 di “We are social”) mentre se restringiamo il campo agli abbonati, siamo a 7,6 milioni (dati Politecnico di Milano). E più aumentano gli operatori – come osserva Antonio Dipollina su Repubblica – «più il costo per avere la certezza di non perdersi la serie Tv del momento diventa pesante».

Tv generalista e “dopo-netflix” In questo quadro la tv generalista è un po’ in crisi di identità. E come potrebbe essere altrimenti? Il professor Preta, tuttavia, le ritaglia un ruolo ben preciso.«Di fronte a eventi, spesso negativi, di forte aggregazione, come guerre, terremoti o il coronavirus, pur nella parcellizzazione dei media, la gente tenderà sempre ad andare sui soggetti più autorevoli. Dunque l’informazione e l’attualità continueranno ad avere un peso sulla Tv generalista; lo stesso laddove esiste ancora un sentimento comune, penso a Montalbano, che continueremo tutti a vedere. Semplicemente a venir meno è il collante del palinsesto e degli orari».

La nuova Tv si è infatti liberata da scadenze, appuntamenti o formati, persino le serie si possono caricare tutte insieme: è il cosiddetto binge watching, la maratona video che può durare ore e ore sul divano di casa. «Tutto quello che invece riguarda l’intrattenimento – continua Preta – sarà soggetto a una crescente frammentazione e personalizzazione dell’offerta». Una strada che porta alla segmentazione del pubblico, con una fruizione che nel frattempo si fa sempre più multi-device e interattiva, appoggiandosi sui social network.

Saremo naufraghi nel mare delle Tv senza più programmi o emittenti di riferimento?«Ci sono soggetti che cercheranno, come già è successo per i media tradizionali, di aggregare sempre più questi contenuti sviluppando piattaforme che metteranno insieme più offerte. Sky ad esempio trasmette già Netflix e ha accordi con Dazn per il calcio e con Open fiber per dare i suoi servizi su quella rete. Sky, magari, si accorderà con Disney e così via». In questa fase storica, chiamata da Preta del “dopo Netflix”, l’obiettivo primario è quello di ridurre il peso della società americana che è dominante, così come Sky lo è per la pay-Tv. Mediaset si è ritagliata il ruolo di leader nel mercato del digitale terrestre, il che spiega la sua politica per rinforzare l’offerta in chiaro e creare un consistente polo europeo in risposta alle concentrazioni mondiali. «Quanto al servizio pubblico, sconta i ritardi e le difficoltà decisionali di una emittente abbastanza politicizzata – rileva Preta – ma alcune iniziative come quella di RaiPlay vanno nella direzione dell’Internet Tv».

Digitale terrestre: quale futuro? In questa famiglia allargata la Tv satellitare è come un quadro sullo sfondo, mentre in primo piano c’è lo switch-off al nuovo digitale terrestre previsto a partire da settembre 2021. È diverso dal primo e quali problemi si porta dietro?
Sta nell’offerta la differenza più importante rispetto al primo digitale. «Nel 2012 – spiega Preta – quando abbandonammo l’analogico erano stati lanciati da poco i servizi a pagamento premium di Discovery, Cielo o Sky, che in 7- 8 anni hanno portato quei canali ad avere un 30% in più di ascolti». Nel 2012 furono enormi le difficoltà, però i risultati hanno portato a una profonda trasformazione dei consumi. «Il dubbio – sottolinea l’economista – è che in questo nuovo round, a parte il decollo dell’alta definizione, non ci sarà un’offerta tale da poter spingere la domanda. Il consumatore si troverà davanti a un passaggio imposto dalla legge europea per far spazio al 5G. Ma il problema è che il 30 giugno 2022, al termine della transizione, non è detto che avremo già tutto questo 5G in campo, diffuso capillarmente».

Il passaggio si presenta, dunque, non meno complicato, senza grandi incentivi neppure economici, dato che il bonus riguarderà una minoranza di italiani, e con il rischio, paradossale, di disincentivare l’utilizzo stesso del televisore. Qualcuno, ai primi test, si chiederà perché acquistarne uno nuovo. E potrebbe non essere questo l’ultimo switch-off. Poichè si tratta di bande preziosissime e molto costose, ci sono paesi come la Francia che si chiedono già se ci sarà un passaggio successivo (alcuni parlano del 2026), per trasferire tutto il sistema su banda larga e avere a quel punto una rete terrestre a fruizione mobile. «Dal punto di vista del mercato – trae diplomaticamente le conclusioni il professore – questo secondo switch-off non ha molto senso, ma dato che deve essere fatto, il mio giudizio non può essere negativo. Dobbiamo farlo, perciò cerchiamo di farlo bene».

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