obesit.jpgLa crisi fa ingrassare i bambini. Proprio così: il sovrappeso e l’obesità sono in aumento nei paesi sviluppati che vivono periodi di recessione economica. Se gli italiani adulti non risultano aumentati di peso, al contrario dei francesi, degli svizzeri, degli australiani e dei messicani il cui peso aumenta in media del 3% all’anno, i nostri bambini sono al secondo posto nella classifica che riguarda la fascia di età fra i 5 e i 17 anni. Lo attesta l’aggiornamento del report sull’obesità dell’Oecd, l’Organizzazione per la cooperazione economica e lo sviluppo, presentato al Congresso europeo sull’obesità in corso in Bulgaria. Il 36% nelle bambine e il 34% dei bambini in Italia è grasso.

Ci superano solo i greci, al primo posto. Fra i primi 10, dopo di noi, ci sono i giovani neozelandesi, gli sloveni e poi gli adolescenti negli Stati Uniti. Seguono il Messico, l’Ungheria, il Portogallo, il Cile, la Spagna. “La crisi mondiale che ha colpito le famiglie nel 2008 ha contribuito all’aumento dell’obesità – spiegano i ricercatori Oecd nel report – La recessione ha indotto le famiglie a tagliare le spese, inclusi gli alimenti più costosi, come la frutta e la verdura, a favore di cibi e bevande più scadenti, meno salutari “.

“Il peso dei bambini italiani è stabile – precisa Giovanni Corsello, presidente della Società italiana di pediatria, ordinario Pediatria all’Univerità di Palermo – ma il nuovo report ci segnala che la crisi fa tendere a comprare più alimenti spazzatura, ricchi di grassi e zuccheri, che costano meno. Questo fenomeno incide sulle prime età della vita – prosegue Corsello – Il primato della Grecia si spiega proprio alla luce del fenomeno della crisi economica e delle disparità sociali. Da noi infatti persiste una differenza fra le regioni.
I tassi più alti di bimbi obesi riguardano il Sud con un incremento del peso del’1% all’anno. Nel Nord il peso è invece sceso del 2% nell’ultimo anno”. “E’ urgente – conclude Corsello – definire progetti e strategie di prevenzione comuni, col contributo di istituzioni, scuole, media, medici, società scientifiche per avviare un progetto condiviso. Fino ad oggi non si è riusciti a farlo”.

28 maggio 2014 – fonte: ANSA

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