Mangiamo più pesce, e questo è sicuramente un bene, per noi e la nostra salute. È un dato che vale a livello di media europea (25,5 kg di consumo annuo pro capite nel 2014) e ancor di più in Italia (dove il consumo è arrivato 28,9 kg nello stesso anno). Peccato però che a festeggiare per questa cosa non siano i pescatori italiani. Anzi. Il nostro mare, nel senso di Mediterraneo, piange.

Infatti, in base al report annuale della New Economic Fundation, se noi italiani dovessimo mangiare solo il “nostro” pesce, dovremmo smettere al 31 marzo. A quella data finiscono infatti le circa 191 mila tonnellate di pescato cui vanno aggiunte  altre 155 mila tonnellate che vengono dall’acquacoltura italiana (cioè da pesce allevato. Vedi l’apposita scheda). Da lì in poi tutto ciò che consumiamo (cioè circa i tre quarti del totale) viene dall’estero, da mari più o meno lontani e spesso da flotte di pesca che hanno il loro cuore (e il portafoglio in Asia). Il nostro sbilancio annuale, tra quanto produciamo e quanto importiamo, è pari a circa 861 mila tonnellate. Cifre che lasciano allibiti e che molti consumatori ignorano, pensando, quando sono al ristorante, di mangiar sempre roba pescata “sotto casa”.

Non che le cose, se si considera la media europea vadano meglio. L’insieme della Ue potrebbe mangiar pesce sino al 6 luglio. E dopo finisce anch’essa a debito. Ma noi siamo proprio in fondo alla classifica. Cosa che colpisce considerando che siamo un paese circondato da 8.000 chilometri di coste e, dunque, sulla risorsa pesca dovremmo poter puntare alla grande.

Invece così non è. Anzi la flotta di pescherecci italiani è da anni in costante calo: secondo Impresapesca, in 30 anni sono andati persi 18 mila posti di lavoro e il 35% delle imbarcazioni.

Capire le cause non è semplice nel senso che a ciò contribuiscono una pluralità di fattori che mescolano aspetti naturali e scelte politiche.

Risore sovrasfruttate In premessa c’è da ricordare una cosa fondamentale. Da ormai diversi decenni le risorse ittiche dei mari di tutto il mondo sono sottoposte a una pressione sempre più forte e decisamente eccessiva. L’aumento della popolazione mondiale (parliamo di miliardi di persone in più), unita anche al fatto che in molte zone il consumo di pesce aumenta, fanno sì che si aprano problemi enormi.

«Anche per i nostri mari si propongono drammatiche questioni di sostenibilità, esattamente come avviene per l’insieme del pianeta. Purtroppo, nonostante governi e istituzioni internazionali stiano cercando di fissare limiti e definire regole, in alcuni casi anche con successo, la situazione complessiva sta peggiorando e il sovrasfruttamento aumenta» spiega il professor Paolo Melotti, docente di acquacoltura dell’Università di Camerino. Le cifre parlano chiaro. Secondo la Fao, a livello mondiale abbiamo un 31% di specie ittiche sovra sfruttate e un 58% di specie pienamente sfruttate (cioè per le quali si può dovrebbe aumentare il pescato). Se invece ci limitiamo a guardre al Mediterraneo, con i dati Ue le specie sovra sfruttate sono oltre il 90%. Cifre complessive che in realtà nascondono andamenti diversificati, nel senso che le misure di protezione ed i limiti alla pesca imposti in molte aree hanno consentito ad alcuni tipi di pescato di recuperare, mentre altre continuano a soffrire.

«Ad esempio – spiega ancora Melotti – ora anche nel Mediterraneo i tonni sono tornati in buona quantità. Segno che alcuni provvedimenti presi hanno funzionato. Ma il problema di fondo, guardando su scala mondiale, è che molto sfugge ai controlli. Ci sono grandi flotte dei paesi asiatici che partono e stanno in mare per mesi e mesi, spaziando nelle acque di diversi Oceani, di fatto senza render conto a nessuno di ciò che pescano».

Altri due fattori che pesano sugli scenari complessivi sono quelli dell’inquinamento e dei cambiamenti climatici. Cose che valgono ovunque comprese le nostre coste. «Anche da noi – spiega sempre Melotti – l’inquinamento da materiali plastici che finiscono per entrare nella catena alimentare è ormai conclamato. Così come il fatto che negli ultimi 10-12 anni, a seguito delle temperature più alte dell’acqua, sono comparse nel Mediterraneo specie nuove come la ricciola o la tanuta. O che a Creta c’è abbondanza di pesce palla che viene dall’Oceano Indiano ed è tossico».

Regole, controlli e pesca sostenibile Se questa è la complicata situazione che abbiamo di fronte, vediamo ora quali sono le contromisure su cui si possono fondare le speranze di futuro dei nostri mari.

Un primo capitolo deriva proprio dalla pressione che gruppi ambientalisti, movimenti di consumatori sono stati capaci di mettere in pratica nel corso degli anni su governi ed enti. Il simbolo di questo enorme sforzo è nei diversi sistemi di certificazione che si sono diffusi e stanno sempre più prendendo piede (vedi la scheda sull’impegno di Coop in questo senso). Marchi come “Friend of the sea”, “Dolphin safe”, Msc che sta per Marine Stewarship Council e altri ancora sono ormai diffusi in decine di paesi e centinaia di aziende grandi e piccole aderiscono a questi standard che garantiscono modalità di pesca sostenibile. Qui decisivo è il ruolo del consumatore, cioè di tutti noi, che deve sollecitare la diffusione ulteriore di questi sistemi.

A questa dimensione di intervento si uniscono poi le limitazioni fissate da governi e enti internazionali. L’Onu varò già nel 1995 un codice etico della pesca. Limitandoci a parlare solo dell’Italia e del Mediterraneo, il sistema dei “fermi pesca” (cioè di periodi di diverse settimane, soprattutto d’estate) nei quali determinate specie non possono essere catturate, sta dando risultati positivi (anche se certo ancora non risolutivi). Si dovrebbero però tenere in maggior conto i periodi di riproduzione delle specie ittiche più pescate. È evidente che il punto delicato è quello di garantire una sostenibilità agli ecosistemi marini, in una prospettiva di lunga durata, di modo che anche i nostri figli e nipoti possano sì mangiar pesce, ma anche vedere il patrimonio naturale conservato e tutelato.

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